Ven. Dic 12th, 2025

«Otranto era già sacrificabile» – Dialogo con il professor Giancarlo Andenna sulla strategia ottomana nel Mediterraneo (1480)

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Il professor Giancarlo Andenna è un autorevole studioso del Medioevo, specializzato in storia politica e istituzionale, con particolare attenzione all’Italia e all’area mediterranea. Ha insegnato a lungo e condotto ricerche in diversi atenei, tra cui l’Università del Salento, e ha pubblicato importanti studi sulla diplomazia, le guerre e le strutture di potere nel basso Medioevo. In questa conversazione, ricostruiamo le premesse della conquista di Otranto del 1480, tra diplomazia, logistica militare e scelte strategiche delle potenze italiane.

Professore, quali sono le fonti che ci permettono di ricostruire con precisione le fasi che precedono l’assedio e l’assedio stesso?
Le nostre conoscenze derivano dalle testimonianze di ambasciatori italiani coeve ai fatti. Erano degli inviati dei vari governi presenti nella penisola, soprattutto milanesi e modenesi. Essi erano funzionari inviati dai loro governi per conoscere quanto avveniva nella penisola. Essi pur non essendo ad Otranto (si trovavano in altre città della Puglia o della Basilicata) raccoglievano le notizie,  che poi inviavano ai loro governi. Io mi sono occupato soprattutto delle relazioni di un ambasciatore milanese, spedito una ventina di giorni dopo l’evento, dalla duchessa di Milano e da Cicco Simonetta. Ma esistono anche altre relazioni e poi dei veri trattati studiati da Hubert Houben, come vedrete nella bibliografia finale.

Cosa si sapeva, e da quando, dei preparativi ottomani?
Molti viaggiatori italiani e stranieri che provenivano dal Mediterraneo o dai paesi della penisola greca raccontavano che da mesi nei porti albanesi vi erano ormeggiate numerosissime navi da carico e navigli di diversa natura, mentre si radunavano uomini che dovevano essere imbarcati, ma non si sapeva verso quale meta. Molto informati erano i Veneziani, che avevano da poco stretto un accordo di pace, dopo tanti anni di guerre, con l’impero di Maometto II. Essi sapevano che i Turchi chiedevano di comperare elementi utili per rafforzare l’armamento delle loro navi, tra cui vele, cime, verricelli ed altro utile materiale per la navigazione: anzi avevano anche venduto i materiali navali. Insomma, nei porti albanesi si stava organizzando una potente spedizione navale.

Quale fu, dunque, l’orientamento veneziano?
Il doge ordinò ai comandanti delle galere di schierare la flotta all’altezza delle isole Tremiti, oltre il promontorio del Gargano, ma diede questo ordine, se le navi turche avessero superato il Gargano, avrebbero dovuto intervenire con forza, rompendo i patti di pace. Ma se si fossero dirette nei porti del Salento la flotta sarebbe stata a guardare gli eventi. In altri termini le città portuali pugliesi, tra cui Otranto, erano considerate sacrificabili, perché non incidevano sugli interessi strategici di Venezia, che non avrebbe potuto intervenire essendo legata da un trattato di pace con il Sultano.

Gli Ottomani contavano anche sulle debolezze napoletane?
Sapevano che Otranto era una fortezza poco presidiata, e nello stesso tempo che l’esercito napoletano non era stanziato nel regno, ma che stava combattendo nell’Italia centrale e che quindi era difficilmente spostabile nel territorio del Salento. In altre parole, Maometto II aveva preparato la spedizione con grande attenzione, in modo da conquistare una testa di ponte nella bassa Puglia, per poter in seguito annettersi i territori di Bisanzio in Italia, che a suo modo di vedere gli spettavano, poiché aveva conquistato Costantinopoli.

Come si aprì lo scontro, all’atto pratico?
La flotta ottomana, composta non solo da grandi navi da battaglia, ma anche da moltissime navi da carico e da sbarco per i turchi, raggiunse la baia di Otranto senza alcuna opposizione e gli abitanti si trovarono i Turchi sulla spiaggia di fianco alla città. Il capo della spedizione, Gedik Ahmet Pascià, intimò dalla sua nave la resa della fortezza, promettendo di salvare la vita a tutti gli abitanti, formula usuale anche nelle conquiste cristiane. Come era anche usuale affermare che in caso di rifiuto gli uomini sarebbero stati tutti uccisi.  Gli Otrantini risposero sparando un colpo di mortaio contro la nave del Pascià.  Iniziava l’assedio e i Turchi sbarcarono sulla spiaggia posta a settentrione delle mura della città e portarono a terra mortai, bombarde e grandi pietre rotonde da scagliare contro le difese per abbattere le mura.

Nel frattempo, come si muovevano le altre potenze italiane?
Prima dello sbarco gli Otrantini avevano inviato dei messaggeri a Lecce, affinché fosse subito avvisata la corte a Napoli dell’arrivo dei Turchi e dell’assedio; il sovrano informò subito il pontefice ed i cardinali di Curia, nonché le Cancellerie dei diversi Stati regionali italiani. La Curia guardò con crescente attenzione il fatto militare, valutando il possibile futuro rischio per Roma e per lo Stato Pontificio. Ma nell’immediato per i centri politici della penisola continuarono ad essere dominanti le rivalità tra le potenze regionali. Venezia restava vincolata dai trattati di pace con i Turchi, mentre le tensioni politiche e militari tra Firenze, Modena, Milano e i Savoia non favorirono la creazione di una risposta militare comune. La reazione del “sistema politico” maturerà più avanti, fomentata dalle violenze commesse dopo la caduta di Otranto.

Fu una guerra religiosa o guerra di conquista?
Fu una guerra all’inizio di semplice conquista di un territorio utile a creare una testa di ponte, ma con l’evolversi dei fatti di sangue e con la violenza dei Turchi è chiaro che comparve subito l’elemento religioso, soprattutto incrementato dalle relazioni degli ambasciatori, che parlarono della decapitazione degli Otrantini e della riduzione in schiavitù dei bambini e delle donne. Ma oggi non è possibile ridurre l’assedio e la conquista di Otranto ad una “pura e semplice guerra di religione”.
Con questa spiegazione si deformerebbe la comprensione storica del fatto. Gli stessi capi turchi sostennero che la conquista era legata al fatto che Maometto II pensava di essere l’erede di Costantinopoli e quindi di tutti i territori dipendenti dall’Impero di Bisanzio. I fatti che accaddero, con le violenze indiscriminate, rientravano in una logica tipica delle guerre tra orientali e occidentali nell’età tardo medievale e moderna, durante le quali l’obiettivo primario era quello di privare il nemico di ogni forza militare di combattenti e quindi di intimidirlo per trarne ulteriore profitto. Non si trattava tuttavia di un modo di combattere solo dei Turchi, o di questi ultimi contro gli Europei. Anche in molte guerre tra Stati cristiani il comportamento degli eserciti era uguale e uguale fu quello degli Austriaci dopo lo sfondamento del fronte italiano a Caporetto nel 1917. Avvenne uno sfondamento della linea, una rapida avanzata in territorio italiano e poi si verificarono violenze contro le donne e i bambini, saccheggi e ogni tipo di brutalità, fatti esercitati secondo una logica militare al fine di rovesciare ogni tipo di difesa. Ad Otranto lo sfondamento delle mura e delle difese fu pensato per essere completamente risolutivo, annullando ogni possibilità di difesa della città. Da qui si ebbero le decapitazioni dei maschi atti a combattere, la violenza contro le donne, la schiavitù. Solo in un secondo momento si pensò ad una rivalutazione dei fatti: cioè la volontà di ricordare i decapitati, con la sepoltura in una specifica chiesa, la loro possibile santità, subito ritenuta dai cittadini, ed oggi pienamente sancita dalla Chiesa di Roma, si verificarono quando il fatto storico era già stato consumato e reinterpretato secondo le esigenze politiche e confessionali del tempo successivo.

Quanto durò l’assedio e quali sviluppi portò alla caduta delle difese?
L’assedio durò alcune settimane poiché le mura resistevano ai bombardamenti e i pochi difensori sapevano ben opporsi. Il Pascià ordinò di trasportare a Otranto ulteriori e più potenti bombarde, già impiegate in modo positivo in altre occasioni di assedi di città. La potenza di queste nuove bocche da fuoco, unita alla schiacciante superiorità numerica dei Turchi, favorì il successo dell’attacco. Si aprirono brecce nelle mura e i pochi difensori non furono in grado di contrapporre una valida resistenza. Infatti la città era completamente isolata, non poteva ricevere rinforzi e i collegamenti con il territorio esterno erano impossibili, sia con Lecce, sia con Napoli, sia con i villaggi circostanti. Infatti, alcune truppe turche si erano spinte nel basso Salento al fine di requisire bestiame, viveri e materiale. Questo saccheggio diffuso non era casuale, serviva a mantenere l’esercito ben rifornito e, al tempo stesso, diffondeva il terrore nelle vicine comunità salentine, minando ogni possibilità di organizzare dei soccorsi.

Quale fu l’esito militare immediato?
Quando le mura cedettero e si aprirono dei varchi, gli Ottomani entrarono in città. La conquista fu brutale e molto sanguinosa. Il vescovo si era rinchiuso con molti abitanti, donne e bambini, nella cattedrale, la porta fu incendiata e abbattuta, il vescovo fu ucciso insieme a molti abitanti. Le donne e i bambini, dopo essere stati violentati, furono resi schiavi e spediti in Albania. L’occupazione militare di Otranto trasformò la città in una testa di ponte ottomana nel cuore del Basso Salento; nello stesso tempo essa aveva due forti significati politici: dimostrare la vulnerabilità delle coste italiane adriatiche  e  insieme di rivendicare, in continuità con la caduta di Costantinopoli nelle mani di Maometto II, che i territori pugliesi, un tempo sottoposti a Bisanzio, avrebbero dovuto appartenere ai nuovi signori della città di Santa Sofia.

Come fu interpretato e narrato l’episodio nei decenni successivi?
Negli ultimi anni del XV secolo il racconto dei fatti di Otranto ebbe un significato di esaltazione e di sincera celebrazione del sacrificio civile di uomini, che pur di non sottoporsi alle imposizioni del nemico, decisero di accettare la morte o la schiavitù. Infatti gli uomini furono tutti decapitati, mentre le donne e i bambini furono ridotti in schiavitù e venduti nei paesi dominati dai Turchi. Nel Cinquecento invece il mondo ecclesiastico di Otranto, allora sede metropolitica bizantina, rielaborò questa memoria in chiave religiosa. Dopo la riconquista della città (1482), ad opera di truppe napoletane, avvenuta dopo la morte di Maometto II, interpretazione dei fatti si modificò profondamente. I corpi dei “decapitati” furono riesumati e le loro ossa furono conservate in un edificio religioso, per rendere omaggio al loro valore. Anzi il sovrano aragonese volle che alcune reliquie fossero portate a Napoli per testimoniare la profonda fedeltà degli Otrantini. Ma nel Cinquecento il ricordo di quei fatti ebbe una nuova interpretazione: i cittadini che si erano opposti ai Turchi e che furono quindi decapitati, da uomini eroici furono trasformati in martiri della fede e questa trasformazione fu anche giustificata con un processo che si avvalse di alcune deposizioni effettuate utilizzando come testimoni i pochi superstiti. Ricordo la deposizione di una persona che negli anni Ottanta era uno dei ragazzi venduti come schiavi, la cui vita piena di avventure gli aveva permesso di liberarsi dalla schiavitù e di ritornare infine nella città in cui era nato. I decapitati apparivano ora come persone che si erano opposte all’Islamismo, cioè ai valori della civiltà e della religione islamica, e che per questo erano stati decapitati. Erano parole che potevano essere utilizzate per costruire un quadro agiografico coerente con le esigenze politiche e confessionali della Chiesa avviata verso la Riforma e strettamente legata agli Stati europei che si opponevano alla penetrazione turca nel Mediterraneo occidentale, dopo la caduta di Rodi e lo spostamento a Malta dei Cavalieri.

Che rilevanza ebbe l’occupazione di Otranto nel quadro strategico mediterraneo?
 La conquista di Otranto e la sua repentina perdita non fu valutata dai Turchi come la fase iniziale della conquista della Puglia, ma solo come la creazione di una testa di ponte sulla sponda occidentale dell’Adriatico, al fine di controllare sia il Basso Salento, sia l’Adriatico meridionale, spazi che si proiettavano verso il Mediterraneo Occidentale, ove diventava importantissima l’isola di Malta, contro la quale si infransero per decenni le forze dei Turchi. Infine l’argomento politico era chiaro: Maometto II lo aveva chiarito molte volte, perché come conquistatore di Costantinopoli egli era in grado di rivendicare le antiche terre dell’Italia meridionale appartenute per alcuni secoli a Bisanzio.

Come e quando finì l’occupazione?
La morte del sultano Maometto II nel 1481 si aggiunse al primo tentativo del re di Napoli di riconquistare la città. Gli sforzi militari del sovrano furono ben contrastati dai Turchi operanti ad Otranto, che durante gli scontri chiesero di interrompere le ostilità per inviare a Valona una delegazione al fine di controllare la notizia della morte del sultano. Dopo aver preso atto della morte di Maometto II, avvenuta alcuni mesi prima, Ahmet Pascià abbandonò Otranto per raggiungere la corte a Bisanzio, ma fu ucciso nel tentativo di entrare in contatto con il successore. Nel frattempo, all’esercito aragonese si aggiunsero truppe e navi inviate dagli Stati cristiani della penisola, tanto che i Turchi chiesero la resa e poi raggiunsero le coste Albanesi. Solo alcuni combattenti di origine balcanica, al servizio degli Ottomani, guidati da un capitano devoto ad Ahmet Pascià, accettarono di fermarsi per combattere al soldo del re di Napoli, trovarono dimora nel Salento e furono poi inviati nel Polesine a combattere contro gli eserciti veneti.

La positiva conclusione della vicenda di Otranto portò con sé, tuttavia, molti aspetti negativi, soprattutto numerose informazioni sulle debolezze difensive del Salento, regione le cui difese risalivano ancora all’età normanna e a quella di Bisanzio. Le piccole città, i castelli ed i villaggi non avevano difese utili per rispondere ad eserciti che utilizzavano le prime armi da sparo, le bombarde. Inoltre, la lunga costiera adriatica non aveva difese utili per contrastare uno sbarco di truppe provenienti dalle coste albanesi o da quelle croate, ove era attiva la città di Ragusa (oggi Dubrovnik), che nella seconda metà del Quattrocento aveva accettato il dominio turco pur continuando ad essere centro profondamente cristiano e nello stesso tempo sede di molteplici ed attivi centri commerciali.

Quali consigli di approfondimento offre agli studiosi e ai lettori interessati?
Allora, sicuramente il libro di Hubert Houben, che è quello che, insomma, ricostruisce con più precisione la vicenda dal punto di vista storico e documentario. Poi, se uno vuole qualcosa di diverso, c’è il romanzo di Maria Corti, che rende bene il clima e l’atmosfera di quei giorni.
E poi, per chi volesse andare proprio a scavare nelle carte, io direi di guardare la documentazione sugli ambasciatori. Sono figure affascinanti, che io chiamo sempre “gli 007 del Medioevo”: gente che sapeva muoversi, trattare, ottenere informazioni… insomma, capire cosa stava succedendo dietro le quinte.


Per approfondire il tema, vi consigliamo di guardare l’intervista fatta al prof. Vito Bianchi sul nostro canale

di Domenico Birardi

Co-founder di Meta Sud. Gestisce il podcast "Mappe della contemporaneità", edito da Meta Sud.

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