A cura di Gabriele Soranno
L’ascesa del fascismo in Italia rappresentò il tentativo deliberato di imporre una nuova sintesi politica basata sulla dominazione assoluta. Eppure, dietro la retorica di una volontà monolitica e infrangibile, caratteristica soltanto di un regime onnipossente, si cela la realtà istituzionale profondamente ibrida del “totalitarismo imperfetto”. Secondo l’analisi di Hannah Arendt, un totalitarismo compiuto si fonda sull’atomizzazione dell’individuo, sul terrore sistematico e su una mobilitazione totale guidata da un’ideologia assoluta, capace di annientare ogni potere preesistente. Dunque il Fascismo, pur nutrendo fervide velleità totalitarie, non riuscì mai a realizzare quel modello puro, finendo per imbrigliarsi in una triarchia con i poteri tradizionali incarnati dalla Monarchia e dalla Chiesa Cattolica.
LE MACERIE DEL DOPOGUERRA – Alla conferenza di Parigi (1919-1920), in un clima di profonda disillusione, l’Italia sedette al tavolo delle nazioni vincitrici con una delegazione guidata da Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino, la quale ricoprì un ruolo diplomatico limitato e marginale. Il rifiuto da parte delle potenze alleate di concedere la Dalmazia e la città di Fiume, nonostante gli accordi del Patto di Londra del 1915, generò nell’opinione pubblica il potente mito nazionalista della “Vittoria Mutilata”, sapientemente coniato da Gabriele D’Annunzio. L’insofferenza irredentista culminò nell’impresa di Fiume (1919-1920), durante la quale D’Annunzio trasformò la città in uno stato indipendente sotto la Reggenza del Carnaro, dotandola di una costituzione d’avanguardia, la Carta del Carnaro, per poi essere sgomberato con la forza dopo il Trattato di Rapallo, siglato dal governo Giolitti.
Intanto, il Paese fu travolto dal “Biennio Rosso” (1919-1920), un’ondata di scioperi, occupazioni di fabbriche e lotte agrarie che alimentò nella borghesia il terrore di un’imminente rivoluzione bolscevica. Inoltre, il fronte socialista si frammentò irrimediabilmente al Congresso di Livorno del 1921 con la scissione dell’ala radicale e la nascita del Partito Comunista d’Italia, guidato da figure di spicco come Gramsci e Bordiga. Di fronte a queste proteste operaie, Giolitti assunse un atteggiamento neutrale, che venne interpretato dai ceti possidenti come una resa dello Stato liberale.
In questo paralizzante vuoto di potere si inserì il carisma di Benito Mussolini, che il 23 marzo 1919 fondò a Milano i Fasci italiani di combattimento, proponendo un movimento che mescolava rivendicazioni nazionaliste, un forte antiborghesismo e una natura di reazione autoritaria. Impose rapidamente lo squadrismo, integrando la violenza paramilitare illegale come sistematico e legittimo strumento politico per smantellare cooperative, leghe contadine e sedi sindacali, culminando in stragi come l’assalto a Palazzo d’Accurso a Bologna nel 1920.
La strategia fascista si rivelò vincente perché riuscì a incunearsi all’interno delle fragilità dello Stato liberale: dopo aver ottenuto 35 seggi in Parlamento nel 1921 grazie all’inclusione nei Blocchi Nazionali voluti da Giolitti, il neo-costituito Partito Nazionale Fascista (PNF) organizzò la Marcia su Roma nell’ottobre del 1922. Tuttavia, il successo dell’azione eversiva fu garantito dal rifiuto del re Vittorio Emanuele III di firmare lo stato d’assedio preparato dal debole governo Facta, legittimando di fatto la sollevazione e affidando a Mussolini l’incarico di formare un nuovo governo, concedendo all’ex socialista, più o meno involontariamente, il potere di annientare il vecchio ordine.
LA COSTRUZIONE DELLO STATO-PARTITO – Tra il 1922 e il 1925, Mussolini promulgò riforme strutturali che inclusero la creazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), la quale legalizzò le squadre d’azione alle dirette dipendenze del Duce, e l’istituzione del Gran Consiglio del Fascismo, organo direttivo supremo destinato a sostituire gradualmente il ruolo del Parlamento. Grazie al sistema elettorale maggioritario introdotto dalla Legge Acerbo, il regime trionfò alle elezioni del 1924 col 64,9% dei consensi in un clima di gravi brogli e intimidazioni. L’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, reo di aver denunciato tale deriva autoritaria, provocò la Secessione dell’Aventino delle opposizioni, un atto formale di protesta che tuttavia non scosse il sovrano. Per sublimare l’ascesa, in un discorso del 3 gennaio 1925, Mussolini si assunse la responsabilità politica, morale e storica del delitto, aprendo formalmente la dittatura a viso aperto.
L’architettura giuridica totalitaria prese forma attraverso le Leggi fascistissime redatte da Alfredo Rocco, mirate all’abolizione della separazione dei poteri, attraverso cui il regime soppresse la libertà di associazione sciogliendo tutti i partiti politici eccetto il PNF, impose il controllo totale della stampa, soppresse le autonomie locali sostituendo i sindaci con i Podestà di nomina governativa e istituì il Tribunale Speciale e la polizia segreta OVRA per giudicare e annientare ogni residuo di dissenso. A coronamento di questa farsa democratica, il sistema elettorale divenne puramente plebiscitario e venne eliminata la segretezza del voto.
Nel tentativo di raggiungere la mobilitazione totale, descritta dalla Arendt, il fascismo implementò una spietata “pedagogia totalitaria”, cercando di assorbire il tempo libero dei lavoratori attraverso l’Opera Nazionale Dopolavoro, e monopolizzando l’educazione della gioventù tramite l’Opera Nazionale Balilla (ONB) e i Gruppi Universitari Fascisti (GUF). Eppure, la completa atomizzazione sociale rimase una chimera, frenata da un insuperabile dualismo costituzionale. A differenza del Führer, infatti, Mussolini non divenne mai l’autorità suprema incontrastata, poiché la centralizzazione esecutiva stabiliva che il Capo del Governo fosse responsabile perlomeno di fronte al Re, rendendo di fatto il peso della Corona sulla bilancia dei poteri non indifferente. L’11 febbraio 1929, Mussolini e il Cardinale Gasparri firmarono i Patti Lateranensi, chiudendo la storica “Questione Romana”. Il Trattato Internazionale riconobbe la sovranità dello Stato della Città del Vaticano e definì il cattolicesimo come “religione di Stato” e il Concordato offrì vantaggi civili e politici, e riconobbe formalmente la libertà dell’Azione Cattolica. Operando tra i giovani, questa associazione entrava in diretta concorrenza con il monopolio educativo dell’Opera Nazionale
Balilla. Quando Mussolini tentò di scioglierla nel 1931, provocò la dura condanna di Papa Pio XI contro il totalitarismo educativo del regime, espressa con l’enciclica Non abbiamo bisogno. La Chiesa, dunque, arginò il monopolio ideologico fascista sulle coscienze degli italiani, obbligando il duce a scendere a compromessi inattesi.
L’ILLUSIONE DELLA GRANDEZZA – Sul fronte economico, il Fascismo abbandonò il liberismo per abbracciare un dirigismo statale mascherato dall’utopia del Corporativismo, sancito dalla Carta del Lavoro del 1927. L’intento di sostituire la lotta di classe con la collaborazione tra le classi si tradusse nella pratica in un sistema gerarchico e calato dall’alto, che abolì il diritto di sciopero e sciolse i sindacati indipendenti. I contraccolpi della Grande Depressione del 1929 costrinsero il regime a intervenire pesantemente nell’economia per salvare le industrie in crisi, fondando istituti come l’IMI, l’IRI e l’AGIP, e divenendo di fatto il maggiore azionista e imprenditore del Paese. Il consenso venne orchestrato attorno al traguardo dell’autarchia e a massicce mobilitazioni propagandistiche come la Battaglia del Grano, la Bonifica Integrale (con la creazione dell’Agro Pontino) e la Battaglia Demografica, quest’ultima funzionale ad avere i “numeri” per un’imminente espansione imperialista.
Sul piano estero, l’espansione coloniale si concretizzò nella spietata Guerra d’Etiopia (1935-1936), mossa dalla volontà di dimostrare la forza del regime e di compattare il fronte interno. L’Italia condusse una guerra brutale che previde l’uso di gas asfissianti come l’iprite, violando palesemente le norme internazionali, ma riuscì ad ottenere la vittoria, che portò alla nascita dell’Africa Orientale Italiana (AOI). Ciò riaffermò contestualmente l’ingombrante presenza monarchica poiché, a seguito del successo, fu il re Vittorio Emanuele III ad assumere il titolo di Imperatore d’Etiopia. La Società delle Nazioni impose dure sanzioni che isolarono politicamente l’Italia e spinsero definitivamente Mussolini a cercare l’alleanza con Hitler. I due siglarono l’Asse Roma-Berlino nel 1936, segnando un decisivo punto di svolta.
LE LEGGI RAZZIALI – La prima legislazione razziale fascista fu varata già nel 1937, subito dopo la conquista etiope, per separare i colonizzatori dalle popolazioni africane ed evitare la contaminazione del “madamato”. Per quanto riguarda l’antisemitismo, fino alla metà degli anni Trenta Mussolini aveva ufficialmente negato l’esistenza del razzismo biologico in Italia, arrivando a elogiare la lealtà degli ebrei italiani. In seguito la posizione mutò drasticamente, con il Manifesto della Razza, in cui scienziati legati al regime fornirono una presunta base biologica alla discriminazione, sostenendo falsamente che gli italiani fossero diretti discendenti della “razza pura ariana”, rimasta immutata dai tempi dei Longobardi. Nell’autunno del 1938 furono emanate le Leggi Razziali, imponendo una gravissima segregazione civile, che prevedeva per gli ebrei il divieto di matrimoni misti, la preclusione dagli impieghi pubblici e l’espulsione dalle scuole pubbliche, il tutto accompagnato da una feroce campagna propagandistica supportata dalla rivista La Difesa della Razza. Attraverso la costruzione arendtiana del nemico oggettivo, Mussolini cercava disperatamente di iniettare nella nazione quell’estremismo ideologico necessario a chiudere il cerchio del suo dominio.
A posteriori, sebbene il Fascismo abbia saputo costruire un apparato repressivo feroce, abolendo le libertà civili, inquadrando le masse produttive nel corporativismo e cercando l’omologazione del pensiero tramite il terrore della polizia politica, esso non raggiunse mai lo stadio assoluto di sradicamento sociale proprio dei sistemi staliniano o hitleriano, rimanendo comunque la dittatura che aveva preteso di forgiare, senza riuscirvi, un nuovo impero.

