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USA: nascita e sviluppo di una nazione nata dalla libertà e costruita sul genocidio e sulla schiavitù

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Tutte le grandi storie nascono dal mito. Dalla gloria celebrata dell’Impero romano sino alla fondazione dell’Impero americano, le élite culturali hanno costruito narrazioni in grado di edificare la potenza di un’identità che per affermarsi si estende e conquista territori, inglobando al suo interno differenze e sfumature di civiltà.

La scoperta dell’America, così declinata per esigenze didattiche, è in realtà la conquista implacabile di un territorio vergine, variegato e libero da sofisticate interferenze antropiche, sia di natura strutturale che tecnologica.

Quando Colombo sbarcò nei Caraibi il 12 ottobre del 1492, l’Europa si trovava nel pieno sviluppo del Rinascimento, armata di nuove visioni del mondo, di tecnologie navali e militari avanzate, ma anche di una concezione teologica e giuridica che ebbe la pretesa di legittimare la conquista e la conversione forzata del Nuovo continente. Dall’altra parte dell’oceano, il continente americano ospitava civiltà millenarie: i Maya, gli Aztechi, gli Incas, insieme a centinaia di popoli e culture con concezioni cosmologiche, strutture sociali, lingue e religioni profondamente diverse da quelle europee. Non si trattò di una semplice conquista territoriale, ma di una fagocitazione dell’altro, in uno scontro impari e asimmetrico: gli amerindi furono in gran parte sterminati dalle armi e dalle malattie portati dagli europei, resi schiavi e convertiti forzatamente, privati della loro identità a causa dell’annientamento della loro cultura.

Un genocidio truce e silenzioso, solo recentemente riconosciuto, perché gli indigeni erano considerati “inferiori”, segno della percezione che l’occidente aveva di sé stesso e della propria superiorità. L’incontro non fu neutrale né simmetrico, si trattò di uno scontro-incontro di mondi in cui l’Europa impose il proprio dominio militare, politico e simbolico attraverso la spada, la croce e il denaro. Fu un processo di annientamento culturale e insieme di trasformazione profonda: i popoli indigeni furono sterminati in massa, spesso a causa delle malattie portate dagli europei, e le loro cosmologie vennero ridotte al silenzio, anche se mai del tutto cancellate, sia nella mente che nel corpo.

La conquista dell’America non fu solo una conquista territoriale, ma assunse un significato di diversa natura, come ha mostrato il filosofo messicano Enrique Dussel perché, in realtà, si trattò di una “conquista dell’altro”, di una ridefinizione del concetto stesso di umanità. L’indigeno fu pensato come inferiore, come “quasi uomo”, legittimando così il dominio e la schiavitù. Le giustificazioni teologiche e giuridiche, basti pensare alla “Requerimiento” spagnola che obbligava i popoli indigeni a sottomettersi alla Corona e alla Chiesa, sono una testimonianza della volontà di convertire, civilizzare, assimilare.

Tra il 1492 e il XVII secolo, la popolazione indigena americana subì un tracollo demografico che alcuni storici – come David Stannard o Tzvetan Todorov – hanno definito senza esitazione un genocidio, almeno de facto. Si calcola che oltre il 90% degli abitanti originari siano scomparsi nei primi due secoli dopo l’arrivo degli europei, non si trattò soltanto di un effetto collaterale delle malattie, ma anche di massacri sistematici, riduzione in schiavitù, imposizione del lavoro forzato nelle miniere e nelle piantagioni, con conseguenze devastanti per intere culture.

La conquista dell’America ha lasciato una traccia indelebile nel modo in cui il mondo occidentale pensa sé stesso, segnando l’inizio dell’espansione coloniale moderna, la nascita dell’economia capitalista globale, l’inizio della tratta atlantica degli schiavi africani, ha anche posto le basi per le ideologie del razzismo moderno, per la divisione del mondo in “civilizzati” e “primitivi”. Eppure, a dispetto dell’immane violenza, i popoli indigeni non sono scomparsi. Le lotte indigene in America Latina, dal Chiapas messicano alle comunità mapuche in Cile e Argentina, portano ancora oggi la memoria viva della resistenza a quella conquista. E pongono una domanda etica fondamentale: è possibile costruire una vera decolonizzazione della memoria e della storia? Per tentare di rispondere è utile citare la riflessione di Tzvetan Todorov, per il quale la conquista dell’America è molto più di un evento storico: è un vero e proprio atto fondativo della modernità occidentale che implica una riflessione profonda sul rapporto tra sé e altro, tra cultura dominante e differenza. Nel suo celebre saggio La conquista dell’America. Il problema dell’altro (1982), Todorov utilizza la conquista spagnola del continente americano come esempio paradigmatico dell’incontro-scontro tra civiltà, rivelando le dinamiche cognitive, ideologiche e simboliche che hanno permesso l’annientamento culturale e fisico degli indigeni. La conquista è innanzitutto l’incontro tra un “io” e un “altro” radicale, in quanto i conquistadores si trovano di fronte a popolazioni con valori, strutture sociali, linguaggi e religioni completamente differenti, di fronte a questa alterità, gli europei adottano un atteggiamento che non è di comprensione ma di appropriazione. L’altro non è riconosciuto nella sua autonomia, ma tradotto, ridotto, assimilato o distrutto. Qui Todorov pone il suo quesito centrale: come si comporta una cultura dominante di fronte a un’altra cultura radicalmente differente? La risposta, nella storia della conquista, è profondamente tragica.

Tra le figure chiave Todorov analizza Hernán Cortés, il conquistatore del Messico, egli non è un semplice avventuriero, ma un individuo dotato di una sottile intelligenza dell’altro: comprende che per dominare deve manipolare, tradurre e negoziare. Impara le lingue indigene, si serve di interpreti come la Malinche, sfrutta le rivalità tra popoli, e riesce ad entrare nel cuore dell’impero azteco non solo con la forza, ma con l’astuzia dell’interculturalità strumentale. Eppure, secondo Todorov, proprio questa capacità di comprensione è priva di etica, perché non mira a un riconoscimento reciproco, bensì a un dominio totale.

All’opposto di Cortés, Montezuma, l’imperatore azteco ingannato, rappresenta l’incapacità di comprendere l’altro. Egli non riesce a decifrare le intenzioni degli spagnoli, li interpreta attraverso il proprio sistema di simboli religiosi e cosmologici, restando intrappolato nella propria visione del mondo. È una vittima della chiusura culturale, ed è proprio in questa asimmetria cognitiva, più che la superiorità tecnica o militare, che rende possibile la conquista. È qui che si manifesta, secondo Todorov, il cuore ideologico dell’etnocentrismo occidentale: l’idea che l’altro valga solo se è simile a me, o se può essere trasformato a mia immagine. Un’eccezione alla logica della distruzione è rappresentata da Bartolomé de Las Casas, che Todorov presenta come figura liminale: da un lato, cerca sinceramente di difendere gli indigeni, riconoscendone l’umanità; dall’altro, resta intrappolato nel paradigma cristiano, immaginando la salvezza dei popoli americani solo nella conversione. Las Casas incarna l’ambiguità dell’umanesimo missionario: pur opponendosi alla violenza, finisce per reiterarla.

Per Todorov, la conquista dell’America è la matrice simbolica della modernità europea, fondata sull’egemonia culturale e sull’incapacità di riconoscere l’altro come soggetto dotato di autonomia e singolarità.

In sintesi, La conquista dell’America di Todorov è un’opera che va ben oltre la storia coloniale: è una riflessione profonda e inquietante su cosa significa incontrare l’altro, su come la comprensione può diventare uno strumento di dominio, e su come la civiltà occidentale si sia fondata, in parte, sull’illusione di essere universale.

All’interno di questo scenario si sviluppò al tempo stesso una resistenza profonda, spesso silenziosa, fatta di sopravvivenze culturali, sincretismi religiosi, codici mescolati. La cultura meticcia dell’America Latina è il frutto ambivalente di questa violenza: distruzione e rinascita, oppressione e creatività.

Più o meno la stessa sorte era in serbo per le colonie dell’America settentrionale, terreno di conquista per francesi, inglesi, olandesi, tedeschi, che divenne patria di libertà e di visione, in cui si incarna il mito del sogno americano che fondò un nuovo modello di democrazia, prototipo per le rivoluzioni liberali e illuminate dell’Europa assolutista.

Quando i puritani europei partirono nel ‘600 per sfuggire alle guerre di religione che stavano lacerando il Vecchio continente, insieme a galeotti e coloro che cercavano una nuova visione di libertà, un Nuovo mondo scevro da vincoli di regime stava nascendo.

Nel XVII secolo il puritano inglese John Winthrop, durante il viaggio verso il Nuovo Mondo, in un famoso sermone pronunciato a bordo dell’Arbella nel 1630, esorta i coloni con queste dichiarazioni:<<Noi saremo come una città sulla collina. Gli occhi di tutti saranno su di noi>>.Questa espressione, la “città sulla collina”, diventa un modello politico e spirituale: la nuova colonia del Massachusetts deve incarnare la giustizia, la carità e l’ordine morale. È un progetto di comunità esemplare che, se fallisce, tradisce non solo sé stessa, ma l’intera umanità. Questo uso inaugura la retorica messianica americana e del suo sogno di libertà.

di Annachiara Borsci

Annachiara Borsci è docente di Filosofia e Storia al Liceo "Moscati" di Grottaglie (TA). Dopo la Laurea in Filosofia, conseguita all'Unisalento di Lecce nel 2004, ha proseguito gli studi conseguendo nel 2009 il Dottorato di ricerca in discipline storico- filosofiche presso la stessa Università di Lecce sul pensiero di Hannah Arendt dal titolo "Il problema del male e la rifondazione della politica".

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