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Articolo di Gabriele Soranno.

Il periodo compreso tra il 1875 e il 1914, definito dallo storico britannico Eric J. Hobsbawm (1917–2012) «L’età degli imperi», costituisce la terza fase del lungo Ottocento, anticipando e costruendo le tensioni che caratterizzeranno il successivo «Secolo breve».

Dal punto di vista storico-politico, quest’età si caratterizza per la presenza degli imperi, dei nazionalismi e del colonialismo. Tra i primi, i più importanti e influenti furono l’impero britannico, l’impero russo, l’Impero austro-ungarico, l’impero ottomano e il neonato impero tedesco. Per evitare conflitti tra queste potenze coloniali, tra il 1884 e il 1885 venne convocata dal cancelliere Otto von Bismarck la Conferenza di Berlino, durante la quale i territori africani vennero spartiti in maniera arbitraria, senza considerare minimamente le differenze etniche, culturali, linguistiche e religiose delle popolazioni autoctone. Questo processo fu causa di un forte arretramento economico e sociale nel continente africano, le cui conseguenze si avvertono ancora oggi. Un esempio particolarmente tragico fu la sistematica violenza nello Stato libero del Congo per opera di Leopoldo II, re dei Belgi, cui era stato affidato il governo personale di quel territorio: egli sfruttò i territori e i loro abitanti per ricavarne ricchezza — soprattutto gomma e avorio — imponendo pesanti quote di produzione e punizioni severissime per chi rifiutava di pagare. Solo dopo la denuncia internazionale e la pressione dell’opinione pubblica lo Stato libero del Congo fu annesso al Belgio nel 1908, ma il danno era ormai irreparabile.

Questo processo coloniale ebbe numerose cause, tra cui la motivazione ideologica della «missione civilizzatrice» dell’uomo bianco. Da un’interpretazione distorta della teoria di Charles Darwin nacque infatti il darwinismo sociale, secondo cui i popoli europei, considerati «più evoluti», si ritenevano legittimati a intervenire per dominare i popoli ritenuti «arretrati», giustificando così violenza, odio razziale e stermini.

Nei Balcani, dopo la pace di Santo Stefano (3 marzo 1878) e il Congresso di Berlino (giugno–luglio 1878), la situazione degenerò fino alle guerre balcaniche. La prima guerra balcanica (1912) vide lo scontro della Lega Balcanica — Serbia, Bulgaria, Grecia e Montenegro — contro l’impero ottomano, dal quale riuscirono a sottrarre vaste porzioni di territorio. Nella seconda guerra balcanica (1913), invece, le alleanze si sgretolarono e vennero ridefiniti i confini dei nuovi Stati che sarebbero rimasti tali fino allo scoppio della Grande Guerra.

In modo sistemico si diffuse anche l’idea di nazione, che costituì una forza politica potentissima per la costruzione di governi borghesi e liberali; tale idea assunse però accezioni diverse a seconda delle condizioni pregresse nei vari territori. Ad esempio, il sionismo (con Theodor Herzl e il Congresso sionista di Basilea, 1897) puntava alla ricerca e alla conquista della «Terra promessa»; l’irredentismo italiano rivendicava i territori «non redenti», come Trieste e Trento; il revanscismo francese cercava orgoglio e rivalsa dopo la sconfitta nella guerra franco-prussiana (1870–1871); il panslavismo contribuì a creare un’idea comune di appartenenza nei paesi dell’Europa orientale; e il pangermanesimo alimentò sentimenti nazionali di riscatto in Germania.

Questo periodo fu anche caratterizzato da un progresso economico e tecnologico senza precedenti, passato alla storia come Seconda rivoluzione industriale. La grande forza motrice fu l’elettricità: le conquiste di pionieri come Alessandro Volta (1745–1827) avevano aperto la strada, mentre inventori e imprenditori come Thomas Edison (1847–1931) e Nikola Tesla (1856–1943) resero possibile la diffusione dell’energia elettrica, che migliorò l’illuminazione pubblica e incrementò la produttività. Accanto all’energia elettrica, che permise il funzionamento dei tram elettrici e di nuove reti ferroviarie, si diffuse il petrolio: l’estrazione e la raffinazione dell’«oro nero» permisero la messa a punto di carburanti e, di conseguenza, lo sviluppo dell’automobile, con le prime vetture a motore di Karl Benz e l’applicazione del taylorismo nella produzione di massa con il Ford Model T (1908). Il settore chimico, in particolare in Germania, con aziende come Bayer e BASF, vide la nascita di numerose innovazioni, come l’aspirina, fertilizzanti, medicinali e nuovi tessuti, mentre il processo Haber-Bosch per la sintesi dell’ammoniaca ebbe profonde ricadute sull’agricoltura e l’industria.

Nel campo dei trasporti, il primo volo controllato dei fratelli Wright aprì la strada all’aviazione commerciale e militare e alle comunicazioni oltreoceano, facilitate dalle vie di collegamento come il canale di Suez e di Panama, che collegavano il Mediterraneo al Mar Rosso e l’Oceano Atlantico al Pacifico. La diffusione delle informazioni trovò nuovi strumenti con la radio di Marconi e con il telefono brevettato da Bell, mentre le tecnologie tipografiche resero la stampa più economica e i giornali sempre più accessibili.

Questo capovolgimento tecnologico e comunicativo non riguardò soltanto la sfera tecnica, ma tutti gli aspetti della vita: nacque la società di massa, in cui anche i prodotti di consumo divennero più accessibili grazie ai grandi magazzini, mentre le vetrine illuminate, le pubblicità e la nascita del cinema contribuirono a creare un’immagine di apparente abbondanza e ricchezza e gettarono le basi del consumismo.

Proprio per la situazione superficialmente pacifica, questo periodo è diventato conosciuto come Belle Époque. In realtà, la Seconda rivoluzione industriale non aveva portato solo benefici, ma aveva anche accentuato le disuguaglianze sociali e concentrato ricchezza e potere nelle mani di pochi, mentre la forte crescita demografica costringeva molte persone a emigrare o a vivere in condizioni instabili e insalubri. Controverso fu anche il ruolo del cinema, nato grazie ai fratelli Lumière e partorito come mezzo di svago, ma presto utilizzato anche per diffondere idee e fare propaganda, e dunque venne strumentalizzato politicamente. Analoga sorte ebbero molti giornali, in grado di diffondere tanta cultura quanta disinformazione e istigazione. Una delle vicende più eclatanti, tra i primi episodi di fake news, fu il caso Dreyfus (1894–1906): Alfred Dreyfus, ufficiale dell’esercito francese di origine ebraica, fu accusato ingiustamente di spionaggio per conto dei tedeschi, ma con prove discutibili, incomplete e talvolta inventate, rese credibili dalla diffusione di informazioni false da parte dello Stato e dell’esercito, solo per trovare un colpevole e diffondere odio e propaganda antisemita. Lo scrittore Émile Zola, con la lettera aperta «J’Accuse!» (1898), denunciò pubblicamente le ingiustizie del caso, ricordandoci ancora oggi l’importanza del pensiero critico, della ricerca autonoma di informazioni e della verifica delle fonti.

Un altro aspetto politico rilevante fu la nascita dei partiti di massa — socialisti e partiti cattolici in primis — che rivendicavano i diritti dei lavoratori e favorirono la formazione dei primi sindacati. In questo contesto nacque una distinzione sempre più netta tra i “colletti bianchi” — impiegati, tecnici, funzionari e professionisti — e le “tute blu”, ovvero gli operai dell’industria. Mentre i primi rappresentavano la nuova classe media urbana, con aspirazioni di stabilità e miglioramento sociale, i secondi incarnavano la massa della forza lavoro industriale, spesso soggetta a condizioni difficili e salari infimi.

In campo artistico, infine, lo stile Liberty in Italia, il Glasgow Style in Gran Bretagna e l’Art Nouveau nel resto d’Europa segnarono un distacco dalla tradizione e un’esaltazione della bellezza e del gusto estetico.

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