Una penna si sveglia a mezzogiorno tutta scazzata, reduce da una notte insonne, e decide che è il momento di deformare la realtà che la circonda. È una penna che non vuol sentir ragioni, dice le cose che non puoi dire davanti a tutti.
Quadretti ospita ciò che le passa per la testa, anzi soprattutto per lo stomaco. In questa rubrica si sorriderà, si storcerà il naso, si lavorerà d’immaginazione. Tutto questo in letture che vi ruberanno sì e no un paio di minuti. Pronti?
Non ti azzardare a iniziare a leggermi quando sarò divorata dai vermi, sottoterra. Non ti permettere. Piuttosto, resta coerente con la tua ignoranza e continua a far finta che la mia penna non esista. Il nostro speciale rapporto con i paradossi, questo è. Apprezzi di più le cose quando le perdi, Achille e la tartaruga, e inizi a leggere un autore quando si diffonde ovunque la notizia della sua morte. Ti senti in colpa nei suoi confronti, anche se ormai cosa vuoi che gliene freghi più. Il senso di colpa della società occidentale della colpa, che è nata con la colpa, col peccato originale. A chi devi dimostrare cosa, esattamente? Ti vuoi riscattare, vuoi quella comoda poltrona in paradiso. Vuoi rimediare a ciò che ora percepisci come un errore, una mancanza nei confronti di Pincopalla che quando era in vita spremeva le meningi e digitava in Times New Roman ma poi glielo convertivano in Garamond.
Leggiamo gli autori quando sono vivi. Potrebbe, dovrebbe essere un indicativo, ma è un congiuntivo esortativo.
Sì ma i pittori, i musicisti e tutti gli altri artisti? Tesoro, grazie al cazzo, è un discorso che si presta ad adattarsi a tutte le arti, ma se permetti io mi occupo di scrittura e quindi ora e qui parlo per me. Se ce la fai, riesci ad estendere un ragionamento dal particolare all’universale, è un ragionamento di tipo deduttivo. Ora che ti ho infastidito offendendo gratuitamente la tua intelligenza, torno al macabro, così ammansisci il tuo fervore.
Non aspettare che tiri le cuoia per chiedermi tutto quello che ti incuriosisce su ciò che scrivo, per dirmi quanto sono brava o quanto sono stata scialba, deludente, ottusamente incomprensibile. Io scrivo per me stessa e blablabla ma se scelgo di pubblicare il prodotto – o lo scarto – delle mie sinapsi è evidente che voglio esser letta. E se c’è interazione, se c’è dialogo intorno a questo mucchio di parole scritte, possiamo ancora far sfigurare Gemini. Tra l’altro, se muoio, anzi quando morirò, le mie parole risulteranno ammantate da un’inevitabile stopposa patina di compassione, di nostalgia, di malinconia o di semplice, banalissimo dispiacere per l’ennesima vita che è sfumata nel nulla. Perché è così, voglio augurarmi che sia così. Oppure sei a tal punto anestetizzato alla sofferenza altrui che non te ne importa niente? In ogni caso, voglio che le mie parole siano assaggiate, masticate, assaporate o trangugiate, ingoiate e digerite quando me le si possa ancora sputare, ruttare o vomitare in faccia.

