Una penna si sveglia a mezzogiorno tutta scazzata, reduce da una notte insonne, e decide che è il momento di deformare la realtà che la circonda. È una penna che non vuol sentir ragioni, dice le cose che non puoi dire davanti a tutti.
Quadretti ospita ciò che le passa per la testa, anzi soprattutto per lo stomaco. In questa rubrica si sorriderà, si storcerà il naso, si lavorerà d’immaginazione. Tutto questo in letture che vi ruberanno sì e no un paio di minuti. Pronti?
C’erano le antonelle esuberanti che ridevano e anche se avevano la fessura in mezzo agli incisivi dicevano tutti che erano le più belle della classe. C’erano le marie con gli occhiali serafiche che stavano sempre appresso alle antonelle e ridevano quando ridevano loro, non parlavano né troppo né troppo poco, erano brave a compiacerle. E poi c’erano bambine con dei nomi dai presagi nebulosi, saturnine. Sedute in un angolo della classe, meditabonde all’età di quattro anni. Ancora non sanno che vent’anni dopo vivranno con l’angoscia di poter morire da un momento all’altro senza prima aver letto Proust, adesso colorano con tutti i colori sui cartelloni bianchi e provano a mescolare le tempere. Le antonelle invece vivono più serene, fanno foto perfette e le vedono tutti perfette nella loro orrenda surreale impossibile perfezione del sorriso delle curve al posto giusto del fidanzato della famiglia degli studi della carriera. È ciò che vogliono mostrare al mondo, dopotutto. Anche le antonelle piangono ma non lo sa nessuno. Le bambine saturnine invece lo sanno tutti che stanno sempre a piangere, sono delle noiose piagnucolone secchione e le bambine più cattive diranno che quelle altre vogliono solo farsi abbracciare dalla maestra. Un presagio, qualcosa di grande le aspetta e loro lo sanno, in fondo. Dicono loro che sono speciali, speciali, non sanno usare altre parole le persone, viene loro in mente solo speciali, perché la verità è che non le conoscono le parole, non si sforzano di cercarne altre più appropriate e credono che alle bambine saturnine basti sentirsi dire che sono speciali perché si sentano davvero meglio con loro stesse e smettano di odiarsi. Le bambine saturnine si guardano allo specchio e dicono alla mamma che sono brutte. A quindici anni continueranno a dire che sono brutte ma potranno dire di aver letto Dostoevskij, per fare colpo. Sanno di essere intelligenti. Non sono ancora libere ma tempo pochi anni e faranno un baffo alle antonelle perché avranno vissuto veramente, non per finta. È una fase, passerà. È un momento di transizione, passerà. E invece no, è tutta vita, non è di passaggio è proprio lei, togli le transenne lasciala sfilare. Incede lenta o ti strozza o ti lascia fare. Con cautela, attenzione. La delusione negli occhi di bambina che mescola nel piattino di plastica le tempere di tutti i colori per vedere che succede. Chissà che bellezza verrà fuori se mescolo tanti colori, ognuno così bello. E invece viene marrone.

