Dom. Lug 21st, 2024
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“Il pensiero di Hannah Arendt” è un approfondimento monografico che sarà pubblicato a puntate. In questo terzo articolo ci occupiamo della tecnica e di quanto questa supporti i regimi totalitari.

L’excursus che caratterizza l’avvento del dominio indiscriminato dello sviluppo tecnico è rappresentato da varie dinamiche storico- scientifiche. All’interno di questo palcoscenico è possibile individuare un elemento-chiave che chiarisca come la tecnica, dalle origini ad oggi, abbia subito un cambiamento radicale nella sua fisionomia, diventando tecnocrazia. Questo elemento è rappresentato dall’avvento della società di massa, la quale condiziona l’allargamento dell’applicazione tecnica e del suo successo.

La società contemporanea ha subito un livellamento rilevante al suo interno: la tecnica con l’ausilio della scienza, dell’economia e dell’industria, ha trovato terreno fertile per espandersi. L’uomo-massa è il presupposto fondamentale della coscienza del XIX secolo, a partire dal quale abbiamo creato una nuova civiltà. L’interrogativo di molti intellettuali al riguardo è relativo al fatto se siamo o meno giunti al culmine del ‘progresso’. Le posizioni sono le più disparate, ma convergono in due grandi correnti: i sostenitori della società tecnocratica da un lato e coloro che interpretano la società occidentale in termini faustiani. Essa ha al suo interno le origini e le cause

della propria fine:

la storia della tecnica si avvia rapidamente ad una fine inevitabile. Essa si

disgregherà dall’interno come è accaduto a tutte le grandi forme di qualsiasi civiltà.

Ciò che unisce il fenomeno totalitario alla tecnica contemporanea è, a parere della Arendt, la nascita delle masse anonime e fragili che attraverso il consenso giungono a determinare la legittimazione di un potere. La tecnica contemporanea celebra il suo trionfo attraverso la vastità della sua espansione; essa diviene il grande fenomeno di cui non possiamo fare a meno. Essa ci racconta la storia del benessere, dell’utilità e della facilità, ma va incontro ad un dominio totalitario che investe anche la nostra sfera privata.

La tecnica crea l’illusione dell’uniformità dei valori, dell’estensione dell’uso delle sue invenzioni, ma crea il suo pubblico di servitori anonimi e nascosti, ovvero plasma i suoi specialisti al fine di garantirsi in silenzio la sua conservazione.

Alle spalle di tutto ciò c’è l’uomo nuovo, moderno che, matematizzando il mondo, giunge all’applicazione tecnica delle sue ricerche e crea un potere che non ha eguali nella storia. Anche i regimi totalitari possiedono la caratteristica della novità assoluta e partono dalle stesse posizioni di degenerazione del potere. Secondo la Arendt la tecnica distrugge il pensiero, ovvero la predisposizione dell’uomo alla ricerca della verità a favore dello scientismo, della mente che calcola e con il suo progetto rende uniforme il mondo. La natura diviene un pozzo da cui attingere continuamente senza alcun limite.

Dai primi del Novecento, la tecnologia si è rivelata il punto d’incontro delle scienze naturali e di quelle storiche e, sebbene quasi nessuna scoperta scientifica isolata di qualche valore fosse dovuta a motivi pragmatistici, tecnici o pratici (per confutare l’accusa di pragmatismo nel senso più corrente, basta riferirsi alla cronaca effettiva del progresso scientifico), questo risultato concorda perfettamente con le intenzioni più recondite della scienza moderna.

La tecnologia nasce da un progetto che trova le sue origini nella forma mentis dell’homo faber, la quale si propone di creare un mondo artificiale in cui l’uomo non possa incontrare ostacoli nel suo tentativo di dominio del mondo. Da questa prospettiva la tecnica non può essere a-politica, ma interagisce con essa nel momento in cui si propone come obiettivo di offrire i suoi servizi ad una linea di potere. Nella riflessione arendtiana, la quale presenta nel suo complesso un recupero della

dimensione politica nelle attività umane, la tecnica appare come uno strumento di dominio che si lega inesorabilmente all’esercizio di un potere spesso non legato ai vincoli della legittimità. La dimensione politica assume così le caratteristiche dell’universalità che viene a configurarsi con l’idea della pluralità, ovvero con la convinzione che l’individuo, con le sue particolari caratteristiche, entra a far parte di uno scenario di diversità che è quello che caratterizza il vivere comune all’interno di uno Stato. La tecnica livella lo scenario delle differenze portando all’uniformità, quindi al conformismo, l’essenza della dimensione pubblica non sarà più quella della varietà, ma dell’abbattimento della sfera individuale, in cui il totalitarismo ha partorito l’idea

di poter inaugurare un nuovo tipo di umanità basata su canoni prestabiliti, che avesse le caratteristiche dell’unicità e per farlo si è servito di mezzi di tortura e morte come i campi di sterminio:

I Lager servono, oltre che a sterminare e degradare gli individui, a compiere l’orrendo

esperimento di eliminare, in condizioni scientificamente controllate, la spontaneità stessa come espressione del comportamento umano e di trasformare l’uomo in un oggetto…(Cit. H.Arendt, Le origini del totalitarismo).

Il mondo contemporaneo è stato reso difficile da interpretare, ma anche solo da comprendere, a causa della complessità che ha ricevuto dal progresso tecnico. Gli orizzonti del passato si sono allargati a dismisura, per cui ci troviamo immersi nello strapotere delle nostre stesse azioni. La Arendt è molto critica al riguardo, ma la sua posizione non è mai esente dal tentativo di recuperare una tradizione di pensiero del passato, al fine di poter ricostruire ciò che abbiamo perduto a partire dai cristalli di storia a cui possiamo far riferimento.

La tecnica assume le caratteristiche del dominio, diviene tecnocrazia allargando il potere della sua azione in tutti i campi delle attività umane, si ramifica in maniera tale da divenire totalitarismo. L’uomo contemporaneo non è stato in grado di frenare la sua volontà di potenza nel mondo, ha trasformato quindi la sua azione in vista di un progetto totale che ha pagato, e forse ancora pagherà, a caro prezzo.

Da ciò scaturisce una situazione sociale che appare come un grande bricolage, in cui i vari pezzi interagiscono fra di loro in un circuito quasi infernale. Il legame, ormai indissolubile tra scienza-tecnica-industria si risolve anche nell’articolazione di altre connessioni che coinvolgono l’economia e la politica formando quella che Latouche definisce la ‘Megamacchina’. All’interno di questa prospettiva anche la cultura subisce le influenze di questa complessità, le quali risultano distruttive perché liquidano la tradizione ed i valori che essa porta con sé. La Arendt è ben consapevole di

questi stravolgimenti che hanno colpito la contemporaneità, soprattutto nella dimensione politica rintraccia una perdita di senso per quanto riguarda il valore inalienabile del vivere insieme, ovvero l’orizzonte della pluralità. Il totalitarismo tecnico ha portato l’uomo ad inserirsi nel circuito infernale della logica della fabbricazione e della produzione, portando ad un controllo esasperato

delle dinamiche sociali.

La democrazia tanto celebrata e rincorsa nella storia dell’Occidente appare minata dalle nuove logiche totalitarie, il timore che essa venga soppiantata dalla razionalità tecno-scientifica che annulla le differenze, appare diffuso tra gli intellettuali.

In Vita activa la Arendt passa al vaglio le conquiste in ambito tecno-scientifico a partire dall’uomo moderno sino ad arrivare alla contemporaneità, dove rintraccia elementi di compartecipazione tra le invenzioni della scienza e il mutamento della mentalità dell’uomo del XX secolo rispetto alla sua posizione all’interno del mondo. Le conquiste operate dalla tecnologia hanno asservito i regimi totalitari negli abusi da essi operati nei confronti dell’umanità. Le stesse armi nucleari diventano il simbolo del potenziamento della forza umana in grado di rivolgersi contro l’ uomo stesso e non

solo contro il mondo.

La scoperta dell’energia atomica diviene, secondo la Arendt, un elemento chiave per comprendere come la nuova razionalità tecno-scientifica sia in grado di interferire nelle decisioni politiche, e ciò che più fa paura è il fatto che le grandi potenze avranno un’altra alternativa per porre fine ai conflitti mondiali, ovvero la nuova tecnologia, la quale è in grado di fabbricare armi di distruzione

totale. Nel Novecento la violenza ha mostrato un volto che non ha eguali all’interno della storia, dato che il limite dell’azione circoscritta a persone o luoghi è stato oltrepassato cedendo il posto alle distruzioni di massa .

La conclusione a cui si viene a capo è quella secondo la quale la tecnica supporta i regimi totalitari garantendoli una forza inverosimile che provoca terrore, ma al contempo essa inaugura di per se stessa il suo potere. La domanda che sorge riguarda il destino della democrazia, quindi il futuro della politica in questo palcoscenico storico dominato dallo strapotere della tecnica e:

comunque sia, il processo democratico non è palesemente riuscito ad esercitare una funzione di controllo su quelle che possono davvero essere le più importanti decisioni mai prese sulla faccia della terra.

Lo spettro del totalitarismo non è scomparso totalmente dal terreno storico occidentale, la società del XX secolo è minacciata dai vari volti attraverso i quali esso si manifesta, uno di questi è sicuramente la tecnocrazia.

La politica è diventata una professione strettamente connessa ad interessi economici, burocratici e di vastità sovranazionale; in questo scenario dal volto faustiano ed apocalittico si tratta di non stare a guardare ma, secondo la posizione arendtiana, è necessario un recupero di valori. L’orizzonte di senso che può salvare l’uomo contemporaneo dalla minaccia di un qualsiasi tipo di dominio totale è rappresentato dalla salvaguardia della dimensione pubblica.

Secondo la Arendt la tecnica ha portato all’esclusione dell’individuo dalla pluralità, entro la quale si verifica una fusione tra soggetti differenti che portano alla creazione di un’unità. Questa operazione deve essere trasferita anche sul piano del pensiero e dell’azione, i quali sono in rapporto di dicotomia nella mentalità tecnica, mentre l’uno ha bisogno dell’altro per poter sussistere.

L’operazione fondamentale della riflessione filosofica e politica della Arendt è quella di

salvaguardare allo stesso modo vita contemplativa e vita activa, l’azione non ha senso se non è preceduta, e quindi progettata, dal pensiero. L’ homo faber, ovvero colui che fabbrica e progetta il mondo artificiale inserendolo in una prospettiva di dominio, ha trascurato il pensiero e progettato la sua azione all’interno del mondo nella convinzione di poterne prevedere le conseguenze. Nell’interpretazione arendtiana però, l’uomo non può sempre rivolgere la sua azione a favore del

mondo, per tal motivo la razionalità tecnopoietica, con la sua velocità e complessità, ha reso schiavo l’individuo relegandolo nel suo dominio.

Le conquiste tecniche non hanno mai una fine, poiché ogni scoperta ne richiede sempre altre per contrastare i difetti e gli scarti delle prime, per cui entriamo in un circolo vizioso da cui diventa davvero arduo poterne uscire.

La tecnica è ricercata dunque per se stessa, e con ciò l’uomo contemporaneo si trova a lottare. In questo scenario così complesso la Arendt individua sicuramente dei progressi compiuti dall’uomo mediante l’ausilio della scienza, ma ritiene che vada salvaguardata la libertà umana, a prescindere dalle nuove categorie celebrate dall’homo faber, come la strumentalizzazione del mondo e la

fabbricazione continua di cose.

Nei regimi totalitari viene soppresso il valore più alto ed inalienabile dell’uomo, l’azione, che orienta la vita nel cosmo ed inaugura la sfera del vivere nella libertà. Solo il recupero della dimensione pubblica, e quindi politica per eccellenza, consente all’uomo contemporaneo di risollevarsi dalle macerie del proprio tempo. In una terra desolata, quale è apparso il Novecento nel suo periodo più buio, la Arendt intravede uno spiraglio: l’inizio, prima di diventare avvenimento storico, è la suprema capacità dell’uomo; politicamente si identifica con la libertà umana.

Initium ut esset, creatus est homo, affinché ci fosse un

inizio è stato creato, dice Agostino.

Questo inizio è garantito da ogni nuova nascita; è in verità ogni uomo.

di Annachiara Borsci

Annachiara Borsci è docente di Filosofia e Storia al Liceo "Moscati" di Grottaglie (TA). Dopo la Laurea in Filosofia, conseguita all'Unisalento di Lecce nel 2004, ha proseguito gli studi conseguendo nel 2009 il Dottorato di ricerca in discipline storico- filosofiche presso la stessa Università di Lecce sul pensiero di Hannah Arendt dal titolo "Il problema del male e la rifondazione della politica".

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