Dom. Lug 21st, 2024

Giudicare l’orrore: responsabilità individuale o colpa collettiva?

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“Il pensiero di Hannah Arendt” è un approfondimento monografico che sarà pubblicato a puntate. In questo settimo articolo ci occupiamo del problema della responsabilità collettiva o individuale di chi appoggiò il dominio totalitario.

Il fenomeno della banalità del male trascina con sé numerose questioni di carattere interpretativo, in cui non è da escludersi il problema della “responsabilità” individuale e collettiva di coloro che, in diversa misura, appoggiarono il dominio totalitario.

L’analisi è sicuramente molto complessa poiché richiama aspetti di carattere morale, giuridico e civile, ma ciò che alla Arendt preme maggiormente discutere e portare alla luce sono le questioni di carattere etico e politico. Nei saggi La responsabilità personale sotto la dittatura e Responsabilità collettiva, concepiti come testi da leggere pubblicamente durante lezioni e conferenze[1] , la Arendt guarda alle questioni da diverse prospettive affermando che:

Tante sono le ragioni per le quali il problema del diritto e della capacità di giudizio investe questioni morali di primissima importanza. E, nella fattispecie, i problemi sono due. Primo, come posso distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato quando la maggioranza o la totalità delle persone che mi stanno accanto ha già formulato un giudizio? Chi sono io per giudicare? Secondo, in che misura noi possiamo davvero formulare un giudizio su eventi del passato, su accadimenti ai quali non abbiamo assistito?[2] .

È facile comprendere come si intreccino tra loro, senza possibilità di elusione a priori, le questioni di ordine morale e la dimensione politica del fenomeno, in cui sembra che sulla società civile si sia spalancato un vortice destinato ad inghiottire tutto e tutti. Quello che viene creato dai totalitarismi è un «nuovo ordine» di cose, sia dal punto di vista ideologico che morale, perché chi vi aderì non era gente straordinaria, non si trattava di criminali o potenziali criminali, ma di gente comune che credeva già in una sua etica. Il protagonista è l’uomo medio, colui che vive una situazione di crisi e di incertezza e che pare disposto a qualunque atto pur di conservare la propria posizione sociale e di garantire un futuro limpido alla propria famiglia, colui che non è in grado di trovare una connessione tra sfera pubblica e sfera privata:

La denuncia arendtiana è drammatica; incapace di trovare una connessione tra le due sfere il paterfamilias tedesco si è dimostrato pronto a sacrificare la propria dignità per la «pensione, per l’assicurazione sulla vita», per la famiglia. Il tedesco medio, sottoposto alla irrazionale propaganda nazista e vittima di una squilibrata situazione economica, si è involontariamente allenato alle mansioni del boia. La capacità di pensare, succube dell’ideologia, si è completamente stravolta, come pure strutture e categorie del pensiero politico e dell’azione; gli ingranaggi della macchina dello sterminio sono attivati non da criminali sessuali, non da sadici, o fanatici pervertiti come Hitler, ma dal lavoratore onesto, dal paterfamilias appunto[3] .

Paradossalmente la pensatrice tedesca cerca di dimostrare che risultava più difficile aderire al nuovo ordine creato e plasmato dal regime per chi non possedeva un insieme di mores su cui orientare la propria esistenza, ma era più semplice per coloro che già credevano in un ethos sostituirne con altrettanta facilità un altro ugualmente forte e convincente: «l’esperienza dimostra che furono proprio i membri della società rispettabile, quella uscita illesa dalla campagna morale e intellettuale condotta dai nazisti nelle prime fasi del regime, furono costoro a cedere per primi. Essi non fecero che cambiare un sistema di valori con un altro»[4]  .

Insomma, un individuo che possiede in maniera innata la tendenza a giudicare e a distinguere non solo il vero dal falso, ma soprattutto il bene dal male, senza che vi sia un ordine superiore o comunque esterno a creare le regole, è più propenso a guardare con sospetto e pregiudizio i cambiamenti dei costumi all’interno di una società civile.

La linea interpretativa della Arendt segue il filone socratico, secondo il quale sarebbe meglio subire che fare il male, ovvero se l’individuo è ben “abituato” a fare i conti con la propria coscienza, a scontrarsi prima con sé stesso che con l’ordine delle cose, è più propenso a non lasciarsi trascinare nel vortice improvviso del male. Resta aperta, a questo punto, la questione “intellettualistica” che tende a considerare la capacità di giudizio “innata” nell’uomo, ma che rischia di perdere di vista l’ordine precostituito dell’ambiente che l’individuo respira durante la sua maturazione morale. Per la Arendt il problema si scioglie immediatamente, poiché gli ideali religiosi, politici, metafisici o di qualsiasi natura, possono allontanare gli individui dal “dubbio”, non perché esso sia una strategia necessaria per dimostrare una credenza, ma perché è un elemento imprescindibile del pensiero che mette l’uomo in comunicazione con sé stesso. Sono la coscienza e la verità del sé che rendono l’individuo libero dagli imperativi eteronomi, mettendolo in comunicazione con la propria realtà interiore: «I migliori tra tutti sono quanti hanno una sola certezza: qualunque cosa accada, finché vivremo, dovremo continuare a convivere con noi stessi[5]».

L’intenzione della pensatrice è quella di condurre la riflessione lungo una dimensione di tipo laico, l’unico modo per realizzare ciò è, a suo avviso, il riferimento all’insegnamento contenuto nella filosofia antica. Appare più volte, quindi, un esplicito e forte richiamo alla “tradizione”, la quale radica l’uomo alla propria coscienza, che non è così sganciata dalla storia, ma porta con sé un retaggio ontologico molto forte. Il passato ci obbliga a pensare, a ragionare e a giudicare, ovvero a mettere in discussione la realtà anche quando essa appare “giusta”, o meglio come l’unica alternativa possibile in quel momento. Per queste ragioni il problema della responsabilità e della colpa nei regimi totalitari non può rivelarsi alla luce di faccende esclusivamente di carattere giuridico, ma si estende a responsabilità di ordine politico e morale.

Nel Carteggio con Karl Jaspers la Arendt affronta il problema della colpa e della responsabilità a partire dalla tipologia di delitto compiuto, senza tale approfondimento non è possibile formulare un giudizio concreto. Non si tratta di considerare i crimini nazisti alla stregua di azioni “demoniache”, come ha obiettato Jaspers, ma è pur vero che: «esiste una differenza tra un uomo che si propone di assassinare la sua vecchia zia e gente che, in certa misura, senza un diretto calcolo utilitaristico (le deportazioni erano molto dannose all’economia di guerra),erige fabbriche per la produzione di morti su vasta scala[6]». Il delitto in questione non è di tipo comune, non è neanche una novità il massacro di un intero popolo all’interno della storia, ciò che è completamente assente è quello che possiamo definire il “movente”. Esso non esiste, gli ebrei non erano comprovati nemici, ma un capro espiatorio che serviva per rafforzare un’ideologia che nasce in seno ad una profonda crisi morale e politica. La furia omicida dei nazisti continuerà a mietere vittime anche quando il massacro degli ebrei non avrà più alcuna necessità ai fini propagandistici per il regime, né per diffondere terrore, ma:

Una cosa è certa: tutto ciò che tende a trasformare l’orrore in un mito dev’essere combattuto fin dalle radici, e chi non si libera da simili tentazioni non capirà mai come siano andate veramente le cose. Forse dietro a tutto ciò si nasconde una verità: non si tratta di singoli uomini che, su fondamenti umani, sono stati brutalmente uccisi da altri singoli uomini, ma è stato organizzato un tentativo di estirpare dal mondo il concetto stesso di uomo[7] .

Il delitto perpetrato ad opera dei regimi totalitari non ha in sé nessun tipo di movente, ma presenta l’unico scopo di “annullare” il concetto stesso di umanità, ovvero l’annichilimento di quel principio fondamentale che caratterizza l’individuo, la libera azione. Non c’è una risposta all’interrogativo Cui prodest?, perché il genocidio degli ebrei resta ancora impossibile da comprendere per chi, retrospettivamente, cerca di formulare un giudizio. Definire il tutto come «crimine contro l’umanità» è corretto nella misura in cui rende l’idea della dimensione oscura e profonda degli avvenimenti che sconvolsero la ragione storica dell’Occidente. La Arendt, pur sottolineando l’incomprensibilità della ferocia e l’assoluta novità del fenomeno rispetto al passato, priva di misticismo l’oggetto, ridimensiona la mitizzazione in cui rischiano di essere interpretate le azioni compiute dai nazisti, relegando queste ultime al concetto di banalità del male, non come categoria interpretativa assoluta, ma come privazione del concetto di male dal suo eventuale carattere demoniaco:

L’altro piano arendtiano è, dunque, quello che rifiuta le qualità pure, le ontologie, le essenze della realtà umana. Da quella prospettiva viene rifiutato il male inteso come «l’incarnazione di Satana», come l’angelo caduto, come il demoniaco. Lo sguardo, invece, sbircia in un’altra direzione, e, ritenendo «fallace» rincorrere il «ciò che è» il male, si affida a un «come si manifesta» il male e non teme l’imprecisione, l’irregolarità, l’incertezza inevitabili in tutto ciò che è proprio della vita, male compreso [8].

I massacri di massa furono compiuti per lo più da gente comune, o meglio da coloro che non presentavano particolari accenni di deviazione dalla morale comune, per cui in questa prospettiva è difficile formulare delle categorie interpretative che definiscano chiaramente la tipologia dei delitti che furono compiuti dai nazisti. Sicuramente non fu semplice stabilire il problema della colpa e della responsabilità di coloro che vi presero parte direttamente o di coloro che, pur sapendo, rimasero a guardare. Riconoscendo l’assurdità del fenomeno la Arendt affronta la tematica riconducendola a questioni di carattere morale, cercando di fare luce sulla storia del pensiero e analizzando la fenomenologia della ragione occidentale. Partendo dalla celebre posizione socratica secondo la quale sarebbe meglio soffrire piuttosto che fare il male, è evidente che per il totalitarismo ciò non rispecchiava una realtà interiore reale, né tanto meno da considerare. Ciò che contava era un ordine nuovo creato per dominare in maniera totale, controllando non solo uno spazio esterno, una dimensione materiale, ma nell’intento di dominare soprattutto le coscienze. Quello che si realizzò forse possiamo ritenerlo anche al di fuori delle aspettative dei registi stessi, poiché chi eseguì gli ordini lo fece davvero credendo che quella fosse l’unica verità. Il nodo della questione non resta comunque facile da sciogliere, poiché non potendo prescindere dall’aspetto morale della responsabilità o della colpa, resta principalmente il problema di natura politica:

Non so quando l’espressione «responsabilità collettiva» sia apparsa per la prima volta, ma sono abbastanza sicura che non tanto l’espressione ma anche i problemi che essa solleva devono tutto il loro interesse e la loro rilevanza a un impaccio di natura politica, più che giuridica o morale. Le norme giuridiche e morali hanno in comune qualcosa di importante: si riferiscono sempre alla persona e a ciò che la persona ha fatto [9].

Per politica la Arendt intende la dimensione della pluralità, non del semplice e puro esercizio del potere, ma un contesto comune di socialità e condivisione che, se mal interpretato, rischia di assolvere la collettività nello slogan «Siamo tutti colpevoli[10]», la cui traduzione è che non si risponde come persona giuridica dotata di deliberazione.

Quando si compare di fronte ad un tribunale è il singolo che viene giudicato, ed in quanto tale, come unico imputato, deve rispondere, per cui non si possono ridimensionare le colpe e le responsabilità facendo ricorso alle azione collettive:

Due requisiti sono necessari perché si possa parlare di responsabilità collettiva: devo essere ritenuto responsabile di qualcosa che ho fatto e la mia responsabilità deve essere integralmente ascritta al fatto che ero membro di un gruppo (di un collettivo), il che significa che non avevo assolutamente modo di rinnegare o cancellare la mia appartenenza a quel certo gruppo. (La definizione di «contributo alla colpa di un gruppo» deve essere invece messa da parte, poiché ogni partecipazione è sempre personale)[11] .

La distinzione tra colpa e responsabilità richiama la differenza tra morale e politica, tra soggetto dotato di coscienza e capacità di deliberazione, in confronto al membro appartenente ad una comunità, di cui condivide le regole di fondazione. Appartenere ad una comunità significa agire responsabilmente in virtù di uno spazio pubblico che identifica non l’individuo privato, ma il cittadino che opera nella sfera della pluralità. Appartenere ad uno spazio pubblico significa partecipare attivamente alla costituzione del benessere collettivo, fondando la parità dei diritti civili e giuridici di ogni membro, posizione che richiama la concezione aristotelica di uomo come zoon politikon.

L’individuo, che nella dimensione della comunità diviene cittadino, è responsabile di ciò che avviene all’interno della sua dimensione di appartenenza, di cui ne ha condiviso i valori, le regole e le azioni: «Lo spazio dell’appartenenza si forma ovunque gli uomini condividano le modalità del discorso e dell’azione, e quindi anticipa e precede ogni costituzione formale della sfera pubblica e delle varie forme di governo, le varie forme, cioè, in cui la sfera pubblica può essere organizzata[12]».  La responsabilità collettiva è dunque di tipo politico, in cui il membro della comunità è responsabile di ciò che si è svolto all’interno della comunità stessa, in quanto ha offerto il proprio consenso all’esercizio del potere, se pur di tipo criminale, che ha condotto la nazione verso la colpa[13].

Il rifiuto di considerare la nozione di colpa collettiva come categoria di interpretazione degli orrori compiuti dai totalitarismi è una posizione ampiamente condivisa dai pensatori, poiché contiene in sé un rischio troppo pesante e gravido di conseguenze all’interno di una società civile. Ripensare il totalitarismo significa portare alla luce non solo la comprensione e la delucidazione di ciò che realmente avvenne all’interno delle coscienze e dell’orizzonte storico, significa anche giudicare un evento per evitarne la ricomparsa. Assolvere con la nozione di “colpa collettiva” è un’operazione che semplifica la questione e che rischia un ridimensionamento dell’accaduto. Dichiara Goldhagen:

Rifiuto categoricamente la nozione di colpa collettiva. In questo modo, a prescindere dal comportamento, l’accusa colpisce una persona esclusivamente perché egli o ella appartiene a una collettività, in questo caso perché è un tedesco o una tedesca. Ora, non possiamo considerare colpevoli dei gruppi, ma solo gli individui, appunto colpevoli per quello che hanno fatto personalmente. Il concetto di colpa dovrebbe essere utilizzato quando qualcuno ha davvero commesso un crimine, poiché il termine il tale accezione ha connotazione giuridica, ossia rimanda alla colpa per aver commesso un reato[14] .

Distinguere a livello concettuale la responsabilità collettiva dalla colpa individuale, quindi la dimensione della partecipazione politica dalla questione di carattere morale è un’operazione di semplificazione procedurale, più che una distinzione netta delle due dimensioni. Per la Arendt entrambe sono tra loro strettamente connesse e si richiamano reciprocamente nella misura in cui la facoltà del giudizio viene concepita come soggettiva di fronte a situazioni straordinarie che trascinano interi popoli all’interno di situazioni storiche particolari. Nei totalitarismi essendo venuta meno la facoltà di giudizio, in quanto la politica è divenuta un affare inesistente perché svuotata delle proprie funzioni e sostituita dalla violenza, l’individuo è scomparso non a vantaggio del cittadino, ma della massa inconsistente e ambiziosa prodotta dall’egoismo del potere imperialista. Dissolta la politica non resta che appoggiarsi a forme di dominio convincenti e all’apparenza rassicuranti, che agiscano come sedativo al nichilismo che ha travolto la società occidentale nel suo complesso di valori e di tradizioni precedentemente condivisi. Trovare le ragioni dell’affermazione dei totalitarismi nel Novecento è un ausilio per comprendere anche le questioni della colpa, del giudizio e del superamento, in un orizzonte non pregiudiziale che faccia chiarezza sui fenomeni.

Ripensare la politica dopo Auschwitz significa liberarsi dai pregiudizi: «Se vogliamo parlare di politica ai giorni nostri, dobbiamo partire dai pregiudizi che noi tutti, se non siamo politici di professione, nutriamo nei confronti della politica[15]». Il pregiudizio non è completamente da estirpare, a parere della Arendt, poiché fa parte della sfera sociale, ma spesse volte non permette la formulazione del giudizio, unico rimedio alla mancanza di pensiero, che rischia di far tornare in vita nuove forme di governo totalitario. Prendere le mosse dalla responsabilità e giudicare con equilibrio è indispensabile, al fine di non rischiare un’assoluzione pubblica che si nasconda sotto la veste della mancanza, sotto i regimi, di un’alternativa di scelta.

Nel Novecento si è insinuata un’altra forma di dominio dell’uomo sull’uomo, che a parere della Arendt, si configura con l’apparato burocratico, il quale ha plasmato un nuovo tipo di uomo:

Oggi dovremmo aggiungere la più recente e forse più formidabile forma di un simile dominio: la burocrazia o il dominio di un intricato sistema di uffici in cui nessuno, né uno né i migliori, né i pochi né i molti, può essere ritenuto responsabile e che potrebbe giustamente essere definito come il dominio da parte di Nessuno[16] .

Il dominio da parte di nessuno si configura con quello del più forte in assoluto, poiché risulta totalmente scagionante, dove a rispondere delle azioni è chiamato semplicemente ‘nessuno’.

Per tal motivo è fondamentale riproporre la questione morale in rapporto all’individuo, che da solo, deve rispondere di fronte ad un tribunale, oltre che essere sempre un rappresentante della comunità di cui ha condiviso e appoggiato le scelte in circostanze straordinarie.


[1] I saggi indicati ed i riferimenti ad essi sono tratti dal testo Responsabilità e giudizio curato da Jerome Kohn che contiene lezioni, discorsi e saggi scritti dalla Arendt una volta rifugiatasi in America, la traduzione italiana è curata da Davide Tarizzo e pubblicata da Einaudi Editore nel 2004. Scrive Kohn nell’Introduzione ai testi: «La responsabilità personale sotto la dittatura è già noto al pubblico inglese e americano in una versione ridotta, che venne letta alla radio e fu poi pubblicata nel 1964 su The Listener. La versione completa fino a oggi era rimasta inedita. Responsabilità collettiva non è un titolo scelto dalla Arendt, bensì il titolo di un convegno organizzato dall’American Philosophical Society, il 27 dicembre 1968».

[2] Arendt H., La responsabilità personale sotto la dittatura, Ivi., p.16.

[3] Papa A., «Il mondo da capo». La metafora di infanzia tra metafisica e politica in H.Arendt, in La politi                     ca tra natalità e mortalità. Hannah Arendt,, a cura di Parise E., Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1993, p.113.

[4] Ivi, p. 37

[5] Ivi, p. 38.

[6] Hannah Arendt –Karl Jaspers. Carteggio 1926-1969, Hannah Arendt- Karl Jaspers, trad. it. a cura di Quirino Principe, Feltrinelli Editore, Milano, 1989, cit., p. 74.

[7] Ivi, p. 74.

[8] Forcina M., Hannah Arendt: ironia contro metafisica, in La politica tra natalità e mortalità. Hannah Arendt, a cura di Parise E., Cit., p. 91.

[9] Arendt H., Responsabilità collettiva, cit., p.128.

[10] L’espressione è usata dalla Arendt nel saggio su citato e si riferisce al problema della colpa in un orizzonte comune dove, se tutti sono stati coinvolti e responsabili, nessuno è personalmente colpevole. Quello che la Arendt rifiuta, anche rendendosi perfettamente conto della enorme mescolanza di partecipazione agli orrori e ai crimini perpetrati dai regimi totalitari, è il ridimensionamento o, addirittura, l’assoluzione individuale rispetto alla questione della mancanza di alternative dell’individuo di fronte al terrore diffuso.

[11] Arendt H., Responsabilità collettiva, cit., p.129

[12] Arendt H., The Human Condition, The University of Chicago USA, 1958, trad. it. a cura di Finzi S., Vita activa. La condizione umana, Saggi tascabili Bompiani, Milano, 2005, p.146.

[13] Nel saggio citato, Responsabilità collettiva, la Arendt puntualizza la trasformazione della concezione di etica e morale nel corso della storia. Nell’età antica connotava gli usi e i costumi del cittadino, di colui che, tramite l’azione, contribuiva con le sue virtù, strettamente pubbliche, al benessere della collettività, per cui non si riferiva al rapporto interiore dell’individuo rispetto alla propria coscienza. Da questo punto di vista l’avvento della tradizione religiosa ha connotato la morale come un rapporto privato tra l’io e la divinità, venendo a sottolineare l’importanza del rapporto con l’anima. Mentre nella Grecia e nell’antica Roma non si faceva riferimento alla bontà o alla cattiveria del singolo, ma l’etica era un prodotto della dimensione politica, del rapporto tra il cittadino e la res publica. L’unica eccezione la Arendt la rintraccia nella concezione socratica, la quale rimarca più intensamente l’importanza del rapporto con l’io nella facoltà di deliberazione, ovvero il rapporto dell’individuo con la propria coscienza, oltre che con il mondo esterno.

[14] Goldhagen D.J., Premessa all’edizione tedesca in I volenterosi carnefici di Hitler, trad. it. a cura di Basaglia E., Edizioni Mondadori, Milano, 1997, p. XIII. In questo testo l’autore si pone l’obiettivo di far luce sugli eventi che caratterizzarono l’epoca dei totalitarismi, non prefiggendosi l’obiettivo di un’analisi morale della società presa in questione, ma nel tentativo di dimostrare come i tedeschi non potessero essere considerati come automi privi di volontà di un grande ingranaggio, ma come convinti sostenitori di una politica antisemita del massacro. La posizione della Arendt non appare molto differente da tale concezione, perché la pensatrice rifiuta alla stessa maniera l’idea di colpa collettiva, anche se la considerazione si allarga alla sfera della corruzione morale già insita all’interno della società del tempo, rimandando ad un orizzonte più complesso in cui le colpe appaiono proporzionate agli ordini di appartenenza, pur in assenza di comuni assoluzioni.

[15] Arendt H., Was ist Politik?, The Literary Trust of Hannah Arendt Blücher, Editing notes by Luzd U., trad. it. a cura di Bistolfi M., Arendt H., Che cos’è la politica?, Edizioni di Comunità, Torino, 2001, p. 12.

[16] Arendt H., On Violence, Published by Harcourt Brace & Company, 1969, trad. it. a cura di D’Amico S., Arendt H., Sulla violenza, Le Fenici Tascabili, Parma, 2008, p. 40.

di Annachiara Borsci

Annachiara Borsci è docente di Filosofia e Storia al Liceo "Moscati" di Grottaglie (TA). Dopo la Laurea in Filosofia, conseguita all'Unisalento di Lecce nel 2004, ha proseguito gli studi conseguendo nel 2009 il Dottorato di ricerca in discipline storico- filosofiche presso la stessa Università di Lecce sul pensiero di Hannah Arendt dal titolo "Il problema del male e la rifondazione della politica".

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