Dom. Lug 21st, 2024
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«Thunder and lightning».
Sembrerebbe essere l’inizio del Macbeth di Shakespeare, ma anziché le tre streghe (the witches) entrano tre riforme stregate (the bewitched-reform); e quindi cambia tutto. Il programma di riforma portato avanti dal Governo Meloni ha la dirompenza di un fortunale normativo e la gravità di un dramma shakespeariano. Tre riforme lo precedono. Prima: via il tetto al limite dei mandati nei piccoli comuni e aumento di quello nei medi. Seconda: esonero dalla responsabilità amministrativa per i sindaci. Terza: abolizione dell’abuso d’ufficio.
Di certo anche il più illuso degli utopisti ha smesso da tempo di credere che il legislatore possa avere un sistema, un disegno nell’approvazione delle sue riforme; al massimo oggi ci si aspetta che lo scarabocchio venga accettabile, comprensibile e vicino all’equità. Tuttavia qui pare ragionevole credere, se non ad una strategia programmatica ben definita, almeno ad una vera e propria tattica di approvazione. La satrapia territoriale quindi ringrazia sorniona, e il fronte dei comuni contrari alle due riforme costituzionali sembra più illanguidito.

IL LIMITE AL TETTO DEI MANDATI – Entra la prima bewitched-reform. Il 29 gennaio 2024, con un silenzioso colpo di decreto (D.L. 7/2024), il limite dei due mandati consecutivi per i sindaci dei comuni di media grandezza (fino a 15.000 abitanti) è stato aumentato a tre, mentre è stato completamente abolito per i piccoli comuni (meno di 5.000 abitanti).
Chiesta da più parti, e di destra e di sinistra, la riforma sembra aver posto parzialmente rimedio a quella «anomalia tutta italiana» a cui aveva alluso Antonio Decaro negli scorsi mesi. Il sindaco di Bari (anche presidente dell’ANCI) aveva sostenuto al Tg2 post che, ad eccezione del Portogallo, nessun Paese europeo avesse un limite di tal guisa.
Se da un lato è pur vero che l’Italia, insieme a qualche altro Paese dell’UE (Portogallo e Polonia), utilizza questo strumento inusuale per regolare il funzionamento della democrazia amministrativa, è altrettanto vero che il sistema politico italiano, in specie nei comuni, presenta numerose anomalie. Per questo, la partigianeria di categoria dei sindaci italiani assume in questo caso l’afflato del corporativismo di una volta, capace di ignorare – immaginiamo in buona fede – tutte le criticità clientelari che il tessuto politico comunale presenta.
Il limite al numero di mandati consecutivi – introdotto nel ’93 in concomitanza con l’elezione diretta dei sindaci – non fu posto per mero vezzo rigorista, ma per generare un bilanciamento tra l’elezione diretta e il rischio del consolidamento della clientela.
Ha scandagliato questo aspetto recentemente Openpolis, mettendo in luce le criticità che una riforma di questo tipo potrebbe portarsi dietro. Ma non sono solo dei “pedanti giornalisti” ad affermarlo: sia il Consiglio di Stato che la Corte Costituzionale hanno sostenuto negli scorsi anni che il calmiere ai mandati consecutivi «è stato pensato quale temperamento “di sistema” rispetto alla contestuale introduzione della loro elezione diretta», soprattutto per «limitare la concentrazione del potere in capo a una sola persona che ne deriva, con effetti negativi anche sulla par condicio delle elezioni successive, suscettibili di essere alterate da rendite di posizione».

L’EMENDAMENTO SALVA-SINDACI E L’ABUSO D’UFFICIO – Entra la seconda bewitched-reform. È per ora solo un emendamento, ma tutto lascia presagire che diventerà legge. Lo hanno presentato i senatori di Lega e Forza Italia (Occhiuto e Ternullo) in sede di approvazione del disegno di legge di conversione del  cosiddetto Decreto elezioni (D.L. 7/2024), e prevede l’esonero dalla responsabilità amministrativa per i sindaci.
L’emendamento salva-sindaci, apportando delle riforme all’art. 50 del TUEL (Testo unico degli Enti locali), stabilisce che «il sindaco e il presidente della provincia sono gli organi responsabili politicamente dell’amministrazione del comune e della provincia». Responsabilità politica, quindi; e non più «responsabilità politica e amministrativa», come è previsto del testo ancora vigente. La responsabilità amministrativa, che pur a qualcuno dovrà essere imputata, è oggetto della riforma dell’art. 107, in cui si dispone che i dirigenti «sono responsabili in via esclusiva dell’attività amministrativa, della gestione e dei relativi risultati ed operano con autonomi poteri di spesa, di organizzazione delle risorse umane, strumentali e di controllo».
Notevole sarà l’alleggerimento per i sindaci, qualora dovesse essere approvato l’emendamento. E altrettanto cospicuo sarà il carico di responsabilità per i dirigenti amministrativi.  
Entra la terza bewitched-reform. Da ultimo, il cosiddetto DDL Nordio, approvato in prima lettura al Senato il 12 febbraio, dispone l’abrogazione dell’abuso d’ufficio. Era stato già ampiamente sbandierato dal Ministro della Giustizia e, in una certa misura, più di qualcuno si chiedeva quando sarebbe arrivato. Ecco che si sceglie con sagace (o ingenuamente fortunato) opportunismo il momento adeguato per la sua approvazione. Il depennamento del reato permetterà ai sindaci di non soffrire del cosiddetto «timore della firma», e l’eventuale abuso di funzioni pubbliche verrà sanzionato solamente in sede civile e amministrativa.

IL PATTO CON IL POTENTATO – Continuiamo a sostenere che il legislatore un disegno sistematico non lo abbia. Anche perché se lo avesse di certo non macchierebbe la sua bianca camicia con certe assurde, deleterie riforme (vedi l’autonomia differenziata). L’approdo della sua attività è tutt’al più il risultato di una congerie di indirizzi, promesse e programmi che fuoriescono dall’orgia elettorale e dal multipartitismo frammentato. Quindi il programma di riforme inteso non come progetto sistematico, ma come collage di fortuna.
Ciò però non esclude in alcun modo che nel dar vita al collage il Governo adotti una tattica e un tempismo di presentazione. Magari trovando il modo di guadagnare l’indulgenza di una parte del potere attraverso alcune riforme e sfruttandola in altre – ed è il nostro caso. Questo “baratto elettorale” è alla radice della politica (non solo italiana) sin dalla notte dei tempi, e perciò non v’è da stupirsene. L’elemento che desta maggiore stupore, quando non seria e grave preoccupazione, tuttavia è dato dai destinatari del baratto. Nel caso delle nostre tre riforme si tratta chiaramente dei potentati elettorali locali. L’eliminazione del tetto ai mandati, l’esonero dalla responsabilità amministrativa e l’abrogazione dell’abuso d’ufficio rischiano di favorire in maniera determinante tutti i politici territoriali che abbiano una rendita di posizione. Tutto ciò a discapito della corretta concorrenza e dell’equo accesso alle cariche elettorali.
In attesa delle due più incisive riforme (autonomia differenziata e premierato), il Governo Meloni appronta la strategia per garantire che il processo di revisione proceda senza intralci. E l’ordito che ne viene fuori è tempestoso e drammatico come un dramma shakespeariano.

«Quando ci rincontreremo noi tre?» domanda la prima bewitched-reform.
«Finito il pandemonio; quando sarà perduta e vinta la battaglia» rispondono la seconda e la terza.
«Il bello è brutto, il brutto è bello: tra fosche nebbie e per l’aria tosca, voliamo» affermano tutte all’unisono.
Escono.

di Domenico Birardi

Attivista politico e studente della Facoltà di Giurisprudenza a Taranto all'Università Aldo Moro.

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