Dom. Lug 21st, 2024

Martiri del libero pensiero: è lecito morire per un’idea?

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Il giudizio è la manifestazione più immediata dell’atto del pensiero. Esprimere una nuova visione del mondo e della realtà attraverso l’oltrepassamento della mentalità comunemente condivisa in un dato momento storico, significa squarciare l’orizzonte comune di senso e svelare le menzogne che coprono, come un velo di Maya, quella che chiamiamo verità.
Questa operazione di disvelamento dell’opinione dei molti è stata più volte compiuta, come un miracoloso raggio di luce proiettato dalla ragione per rischiare le tenebre delle coscienze, da coloro che consideriamo i martiri del libero pensiero.

Socrate, figura emblematica nella storia della filosofia occidentale, è una sorta di Cristo pagano, anticipatore di quel processo di sforzo del pensiero, che fa appello alla capacità di ogni individuo di “trarre fuor di sé” la verità, attraverso l’esercizio della maieutica, in grado di far partorire pensieri fertili e non imposti da pregiudizi condivisi. I democratici condannano il filosofo greco a bere la cicuta, un veleno potente, perché resosi reo di empietà, ovvero di non credere negli dei tradizionali e di corruzione dei giovani, che si traduce nell’incitamento ad usare la ragione e il pensiero, grave rischio per un potere che vuole affermarsi. Egli scelse di difendersi da solo oltre che di ribadire le sue tesi di fronte al tribunale, e rifiutò l’esilio, secondo la coerenza del suo pensiero e del suo credo, ovvero di essere profondamente rispettoso delle leggi della città. La morte di Socrate rappresenta l’emblema del sacrificio morale di un uomo che fa della sua vita la piena manifestazione e realizzazione di un processo di pensiero, che culmina nella stoica accettazione del suo destino.

Nella figura del Cristo, grande profeta dell’uguaglianza e della redenzione dei poveri, degli umiliati e degli oppressi dal potere dominante, ha origine una nuova visione antropologica che mette al centro l’individuo. La figura, nella sua laicità, raccoglie le più grandi afflizioni che hanno travolto l’uomo quando esso è stato inglobato nel processo della civilizzazione. Cristo è l’emblema di colui che subisce l’ingiusta ingiustizia di “non essere creduto”, non in quanto Dio, ma in quanto uomo. Essere condannato per aver predicato l’uguaglianza e l’emancipazione delle coscienze per restituire dignità e valore a chi non ne ha mai ricevuto il riconoscimento, ne fa un martire. La verità scomoda si paga con la tortura e con la morte violenta, espressione materiale dell’esercizio di un potere riservato a pochi, che tenta di conservarsi incatenando con le paure.

Giordano Bruno, filosofo e cantore della natura, dell’unicità e naturalezza di un Dio comune, che trascende le differenze religiose e di culto, infligge alla Chiesa cattolica del Cinquecento, un duro colpo ideologico. La sua condanna sul rogo inaugura il secolo successivo, ovvero il Seicento si apre con la sua morte. Giammai rinnegò le sue tesi, contrastando con vivace fervore il tentativo di abiurare consigliatogli dalla Chiesa e dal potere, accusando chi gli infliggeva le accuse di aver loro più timore dell’accusato. Anch’egli accettò il suo destino, in coerenza con la profondità del suo essere e delle sue riflessioni, che guardavano e credevano in un Dio sive natura, onnipresente in ogni creatura in egual modo, gli costarono la condanna come eretico. Oggi, a campo dei fiori a Roma, si erge la sua statua solenne, che in segno di protesta volge le spalle al simbolo di una Chiesa colpevole.

Alexsey Navalny, uno dei più importanti giornalisti d’inchiesta in Russia, considerato un martire contemporaneo sotto le luci e le ombre della storia, condannato per la sua aperta opposizione al governo di Putin e sulla corruzione dei palazzi, rappresenta un simbolo di disobbedienza. Come Socrate, Cristo e Bruno, non si piega agli ordini di censura e di obbedienza imposti dal potere dominante e, in quanto uomo contemporaneo, diffonde la sue campagne utilizzando strumenti di comunicazione di massa. Il progresso tecnico non garantisce immunità dal dispotismo, perché le vere rivoluzioni partono dalle idee e dalle coscienze, che scorrono sovversive. Ad ognuno i propri martiri, noti più per il rumore della loro morte, che per ciò che hanno professato in vita, emblema della tragicità della storia che, a quanto pare, non rinuncia ai propri altari e ai propri simboli di lotta.

di Annachiara Borsci

Annachiara Borsci è docente di Filosofia e Storia al Liceo "Moscati" di Grottaglie (TA). Dopo la Laurea in Filosofia, conseguita all'Unisalento di Lecce nel 2004, ha proseguito gli studi conseguendo nel 2009 il Dottorato di ricerca in discipline storico- filosofiche presso la stessa Università di Lecce sul pensiero di Hannah Arendt dal titolo "Il problema del male e la rifondazione della politica".

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