Articolo di Francesco Benegiano.
Recentemente sentiamo sempre più parlare di eventi che, al momento, impediscono ai pacifisti di tutto il mondo di dormire sonni tranquilli. Come se i 56 conflitti ad oggi aperti nel mondo non fossero già sufficienti a farlo, ecco aprirsi all’orizzonte una nuova, terribile prospettiva.
Risale all’11 novembre, infatti, la notizia secondo la quale la Gerald R. Ford, conosciuta come la più imponente nave portaerei del mondo e in servizio presso la marina militare statunitense, avrebbe raggiunto l’area di competenza del SOUTHCOM, il comando statunitense per l’America Latina e i Caraibi, accompagnata da un nutrito numero di navi di scorta, fra cacciatorpediniere e incrociatori missilistici.
Questa manovra, giustificata dallo stesso comando americano con la volontà di «sostenere l’ordine del presidente Donald Trump di smantellare le organizzazioni criminali transnazionali e contrastare il narcoterrorismo», si inserisce in un’escalation di tensioni e pressioni dirette, più o meno esplicitamente, verso il governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
Su questa stessa scia andrebbe collocata la decisione del presidente americano di autorizzare, il 15 ottobre scorso, la conduzione di «operazioni segrete» da parte della CIA in territorio venezuelano, una notizia diffusa da funzionari americani intervistati dal New York Times, che avrebbero anche dichiarato, senza mezzi termini, il vero obiettivo dell’espansione delle operazioni americane nel Paese: la rimozione del presidente Nicolás Maduro.
Nel frattempo è salito a 76 il numero di vittime degli attacchi rivolti a imbarcazioni accusate di trasportare sostanze stupefacenti verso gli Stati Uniti, attacchi dai quali persino il governo britannico ha dovuto recentemente prendere le distanze, terminando le collaborazioni con l’intelligence degli Stati Uniti.
Ciò che avrebbe spinto Londra a questa presa di posizione sarebbe la volontà di non contribuire a quelle che ha definite «violazioni dei diritti umani» nella forma di esecuzioni extragiudiziali, ricalcando quanto già sostenuto dall’Alto Commissario per i diritti umani presso le Nazioni Unite, Volker Türk.
Di fronte ai goffi e poco efficaci tentativi dell’amministrazione statunitense di dipingere quest’operazione come qualcosa di diverso dai preparativi per un «regime change» (termine ormai divenuto particolarmente popolare presso i media occidentali, che intendono sostituire l’ormai troppo sgradevole dicitura «colpo di Stato»), le sue azioni parlano chiaro.
Se lo schieramento di quello che è il fiore all’occhiello del suo complesso militare-industriale non dovesse apparire come una ragione sufficiente a pensare che le giustificazioni addotte dalla Casa Bianca facciano acqua da tutte le parti, è la contraddittorietà delle dichiarazioni dell’imprevedibile presidente, unite a quelle dei suoi sostenitori e collaboratori, a chiarire quali siano le loro reali motivazioni.
Egli fu il primo, nel settembre di quest’anno, a negare di voler portare avanti un’operazione come quella che sempre più chiaramente sta andando delineandosi, citando come movente unico dei suoi ordini la volontà di contrastare gruppi di narcotrafficanti (in particolare il temuto Tren de Aragua) che, secondo accuse ormai vecchie di decenni, sarebbero attivamente protetti e supportati dal regime di Caracas.
I cartelli (dal gennaio di quest’anno classificati come veri e propri gruppi terroristici mediante ordine esecutivo presidenziale n. 14157) verrebbero configurati, secondo questa prospettiva, come uno strumento di corrosione del tessuto sociale americano, uno dei più colpiti a livello mondiale dalla piaga del consumo di droghe pesanti, che solo fra il 2023 e il 2024 ha causato la morte di circa 87 mila persone.
Come si può facilmente intuire, quelle trumpiane sono perlopiù dicerie quasi totalmente prive di fondamento.
Stando a quanto riportato da Associated Press il 18 aprile scorso, esse sarebbero state addirittura smentite dal National Intelligence Council, che ne aveva contestato la strumentalizzazione finalizzata ad accelerare le deportazioni di migranti venezuelani dal territorio statunitense verso il loro Paese d’origine o, nei casi peggiori, verso il famigerato CECOT salvadoregno.
Per capire le reali intenzioni statunitensi basta rimandare a quanto affermato dal senatore dello Stato della Florida Rick Scott e dal senatore senior della Carolina del Sud Lindsey Graham, entrambi repubblicani e sostenitori delle azioni del Dipartimento della Difesa nel Paese sudamericano.
In particolare, il primo ha già dichiarato, in un’intervista rilasciata per BreakThrough News, che «Maduro ha i giorni contati: fossi in lui fuggirei in Cina o in Russia».
Il senatore ha anche espresso chiaramente che l’intenzione dell’amministrazione sarebbe quella di far crollare altri regimi da sempre visti come minacce al monopolio di potere statunitense nell’area caraibica, primo fra tutti quello cubano.
Ad oggi, infatti, la piccola isola si ritrova dipendente dalle forniture di petrolio venezuelano per fronteggiare la crisi energetica che la affligge, aggirando il blocco economico impostole dalle potenze occidentali.
Graham, dal canto suo, ha parlato di una possibile «espansione delle operazioni dal mare alla terra», rifiutando però di riferirsi all’operazione come un «regime change», rimandando a «quello che il presidente avrà da dire a riguardo» ma avvisando al contempo che «è ora che Maduro se ne vada».
Apparentemente il Venezuela sembra lo Stato ideale sul quale esercitare una tale pressione: un esercito relativamente debole, alleati geograficamente molto distanti e un capo di Stato che, pur essendo uscito vincitore dalla controversa tornata elettorale del luglio 2024, emerge politicamente indebolito e bisognoso di supporto esterno.
Non possiamo inoltre non menzionare le immense risorse naturali presenti sul suo territorio (il Venezuela è detentore, lo ricordiamo, della più grande riserva di petrolio al mondo, pari a 303 miliardi di barili). Una vera miniera d’oro nero, utile per ottenere un vantaggio tattico di enorme importanza nei confronti dei propri avversari geopolitici.
Tuttavia bisogna ricordare che, per quanto la prospettiva di un’invasione di terra del Paese ci sembri spaventosamente vicina, poche sarebbero le probabilità che quest’ultima si verifichi davvero.
Se è vero quanto detto sopra, possiamo essere sicuri del fatto che il Venezuela non sia completamente solo in questo confronto, e che se la Russia di Putin, alleato storico del regime bolivariano, è coinvolta nel conflitto con l’Ucraina a tal punto da poter garantire solo forniture limitate di mezzi e munizioni, un altro attore osserva gli eventi con occhio attento: la Repubblica Popolare Cinese.
Pechino, infatti, riceve il 90 percento dell’export di greggio venezuelano, divenuto strumento prezioso per alimentare la sua espansione economica, e osserverebbe con occhio quasi sicuramente orripilato una sostituzione dell’attuale presidente con un soggetto filo-occidentale, magari pronto ad aprire le raffinerie del Paese ad aziende e investitori nordamericani ed europei, diminuendo o annullando tutti gli accordi commerciali stipulati con essa.
Si può speculare che gli statunitensi siano consapevoli di tutto ciò e che il timore di ritorsioni da parte degli attori appena citati possa fungere da deterrente efficace contro le intenzioni di Washington.
Considerati questi ostacoli, non dobbiamo inoltre dimenticare che lo scenario internazionale e gli indici di approvazione di Trump (che fotografano una situazione disastrosa) sfavorirebbero un intervento militare che sarebbe molto probabilmente mal tollerato dalla popolazione.
Quest’idea appare ancora più convincente se consideriamo che il movimento MAGA si è fatto portatore, in campagna elettorale, di ideali improntati a un isolazionismo abbellito da un finto pacifismo, fondamentale per riscuotere consenso presso quella parte dell’elettorato che considera troppo onerosi gli impegni bellici all’estero.
Sicuramente l’amministrazione Trump ha già provato a fare in modo che l’opinione pubblica potesse guardare con favore all’abbattimento del regime o rivolgere quantomeno l’attenzione verso il tema.
In fondo, l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a María Corina Machado, attivista e politica di destra originaria di Caracas, nota sia per il suo lavoro di opposizione anti-bolivariana sia per le sue posizioni favorevoli alle recenti manovre militari americane, non può essere una pura e semplice casualità.
Constatate le enormi difficoltà legate a un vero e proprio assalto armato diretto alla capitale del Paese di Bolívar, non dobbiamo dimenticare che manovre come quelle che stiamo vedendo in questi giorni potrebbero avere anche l’obiettivo di creare panico nella popolazione locale o di stabilire un blocco navale che la esasperi a tal punto da renderla disposta a detronizzare il suo dittatore per sostituirlo con personaggi più «rassicuranti» (non per tutti, è bene notare), come la stessa Machado.
Resta molto difficile elaborare previsioni che possano soddisfarci nel breve termine: molte delle piccole considerazioni e conclusioni espresse in questo articolo, al 13 novembre 2025, potrebbero risultare in poco tempo già smentite dal corso degli eventi.
Resta tuttavia una conclusione fondamentale: gli Stati Uniti, come qualunque grande potenza o superpotenza vicina alla perdita del proprio ruolo egemonico, continuano a voler ribadire sia dal punto di vista economico (come accaduto con le ondate di sanzioni rivolte a decine di Paesi esteri, talvolta revocate dopo pochissimo tempo) sia da quello militare (sia con gli attacchi del giugno scorso alle strutture di arricchimento dell’uranio di Fordow, in Iran, sia mediante lo show of force nei Caraibi) la propria posizione predominante.
Il punto è che questo mostrare i denti non appare più come l’atto di una potenza sicura di sé e consapevole della propria forza, ma come quello di un gigante decadente.
Indebolito sia da conflitti interni che dal rafforzarsi del suo avversario principale, il colosso sembra provare a far leva sull’eredità di un secolo e mezzo di politiche imperialistiche e di prevaricazione economica per mantenersi in piedi, senza realizzare che, più che come il ruggito di una superpotenza stabile e decisa, il suo suona come il lungo canto del cigno di un impero destinato a crollare se incapace di adattarsi alle sempre più dure sfide di questo secolo.
https://edition.cnn.com/2025/11/11/politics/uk-suspends-caribbean-intelligence-sharing-us
https://www.visualcapitalist.com/countries-with-the-largest-proven-oil-reserves
https://time.com/7315126/trump-maduro-venezuela-regime-change
https://www.wlrn.org/americas/2025-10-27/rick-scott-venezuelas-nicola-maduro-warning
https://www.state.gov/terrorist-designations-of-international-cartels
https://thehill.com/policy/international/5582905-maria-corina-machado-venezuela-trump-boat-strikes

