Lun. Gen 19th, 2026

Tra pace annunciata e guerra prolungata: scenari del conflitto russo-ucraino dopo Anchorage

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A oltre tre anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, il conflitto rimane il nodo centrale della sicurezza europea e della stabilità internazionale. Dopo una fase di guerra di movimento nel 2022 e di controffensiva ucraina nel 2023, la dinamica militare si è cristallizzata in una logorante guerra di posizione, segnata da guadagni territoriali limitati e da perdite umane crescenti. In questo contesto, il vertice di Anchorage del 15 agosto 2025 tra Donald Trump e Vladimir Putin ha rappresentato una svolta almeno sul piano politico: per la prima volta dal 2022 un presidente statunitense e il leader del Cremlino si sono incontrati di persona, alimentando ipotesi e dibattiti circa una possibile apertura negoziale.

L’incontro, anche se non ha prodotto accordi formali, ha rilanciato l’immagine di Putin come interlocutore legittimo. Proprio questo evento fornisce lo spunto per una rilettura complessiva del conflitto, che non può essere compreso unicamente attraverso la lente militare. La guerra si articola simultaneamente su più piani: quello strategico e territoriale, che riguarda le conquiste e difese sul campo; quello geopolitico, che coinvolge alleanze e contrapposizioni globali; quello interno, che investe le dinamiche politiche, sociali, economiche e istituzionali di Russia e Ucraina; e infine quello diplomatico, in cui si giocano i tentativi di mediazione e gli scenari futuri di pace.

Il nostro obiettivo è dunque analizzare il conflitto russo-ucraino attraverso queste quattro dimensioni intrecciate, facendo dialogare l’analisi empirica dei dati più recenti con le categorie interpretative della scienza politica comparata e delle relazioni internazionali. L’intento è offrire ai nostri lettori un quadro analitico organico, utile anche a interrogarsi sui suoi possibili esiti e sulle implicazioni per l’ordine internazionale.

LO STATO ATTUALE DEL CONFLITTO – Come anticipato qualche riga più sopra, il conflitto russo-ucraino si configura come una guerra di logoramento a bassa mobilità strategica ma ad altissimo costo umano ed economico. Dopo il fallimento della controffensiva ucraina del 2023, le operazioni sul campo hanno assunto un carattere prevalentemente difensivo: Kiev ha consolidato linee fortificate su gran parte del fronte, mentre Mosca ha intensificato le offensive locali nel Donbass e nelle regioni di confine, cercando di sfruttare la superiorità numerica e l’iniziativa operativa.

Nel corso del 2025 si è registrata una graduale ma significativa ripresa dell’avanzata russa. Tra giugno e agosto le truppe del Cremlino hanno conquistato circa seicento chilometri quadrati, il guadagno più consistente dall’autunno 2024. I successi maggiori si sono concentrati nel Donetsk, con la caduta di villaggi strategici e con l’apertura di un varco verso Pokrovsk, ultimo centro urbano rilevante prima della fascia retrostante. Contestualmente, Mosca ha dichiarato di avere “completato” la presa della regione di Lugansk, consolidando un controllo che era già pressoché totale. Sul fronte settentrionale, l’apertura di nuovi assi di penetrazione nelle aree di Kharkiv e Sumy ha avuto un impatto soprattutto psicologico, segnalando la capacità russa di riaprire fronti finora marginali e di disperdere le risorse ucraine.

La reazione di Kiev è stata incentrata su una difesa ad oltranza. Attività che ha saputo rallentare l’avanzata russa attraverso linee fortificate, azioni di logoramento e attacchi mirati a depositi e infrastrutture nemiche. In alcuni casi, come nella regione di Kursk, l’Ucraina ha compiuto incursioni oltreconfine, con l’obiettivo di segnalare che la guerra non si svolge esclusivamente sul proprio territorio. Tuttavia, queste azioni hanno un valore più propagandistico che strategico, e non modificano l’equilibrio complessivo.

L’aspetto forse più rilevante è l’accentuazione della dimensione umanitaria. Secondo le Nazioni Unite, luglio 2025 ha registrato il numero più alto di vittime civili dall’inizio del conflitto, con oltre 1.600 tra morti e feriti. Il ricorso crescente da parte russa a droni e missili a lungo raggio ha colpito infrastrutture energetiche, industriali e centri urbani, aumentando la vulnerabilità delle retrovie ucraine.

Dal punto di vista analitico, la situazione sul campo rivela la natura paradossale di questa guerra: da un lato la Russia mostra una capacità di adattamento e di usura lenta ma costante, dall’altro l’Ucraina mantiene una resilienza che impedisce a Mosca di raggiungere obiettivi risolutivi. Si tratta dunque di un conflitto “a somma negativa”, in cui nessuna delle parti riesce a imporre la propria volontà in maniera definitiva, ma entrambe accumulano costi crescenti. Sul piano politico, questo si traduce in una forma di “stallo dinamico”: ogni guadagno territoriale assume valore simbolico sproporzionato rispetto alla sua utilità militare, mentre ogni perdita diventa un tema di legittimazione o di delegittimazione per le leadership coinvolte.

L’EQUILIBRIO GEOPOLITICO DERIVATO – Il vertice di Anchorage ha reso esplicita una divergenza di approccio transatlantica: Washington privilegia una trattativa rapida e “pragmatica” (anche senza un cessate il fuoco preliminare), mentre le capitali europee ribadiscono tre paletti: nessuna decisione sull’Ucraina senza l’Ucraina, garanzie di sicurezza robuste e intangibilità dei confini con la forza (si veda la proposta italiana a riguardo). La dichiarazione congiunta dei leader europei all’indomani del summit, pur accogliendo gli sforzi statunitensi, riafferma precisamente questi principi, indicando come sbocco desiderabile un trilaterale con Zelensky al tavolo e un sostegno militare-economico a Kiev fino a una “pace giusta e duratura”.

Sul merito del negoziato, i segnali usciti dall’Alaska sono stati ambivalenti: Trump ha parlato di “progressi” senza annunciare intese e, secondo ricostruzioni giornalistiche e diplomatiche, avrebbe adottato alcune preferenze avanzate da Mosca circa la sequenza negoziale (pace prima del cessate il fuoco), ventilando ipotesi di assetti territoriali congelati. Per contro, il summit si è chiuso, per usare le parole dello stesso Trump, con un «no deal until there’s a deal». In termini di equilibrio, ciò sposta parte della pressione negoziale su Kiev e sull’UE, che devono conciliare la continuità del sostegno con l’esigenza di non legittimare modifiche dei confini operate manu militari.

Nel frattempo, l’architettura degli aiuti occidentali evolve. L’UE discute da mesi un innalzamento sistemico dei trasferimenti militari (fino a 40 miliardi di euro/anno in talune ipotesi di lavoro) e alcuni Stati membri, Germania in testa, hanno consolidato impegni pluriennali di grande scala. Al contempo, i flussi di assistenza civile mostrano segni di contrazione, imponendo a Kiev più autonomia industriale (difesa) e maggiore selettività nell’impiego dei fondi. Questa ricomposizione degli aiuti mantiene l’Europa più esposta al rischio politico del conflitto e, allo stesso tempo, le consente di presentarsi come pilastro di lungo periodo della sicurezza ucraina.

Sul versante opposto, la Russia mitiga l’isolamento con un riancoraggio euroasiatico: la Cina è divenuta fornitore cruciale di componenti dual-use e sottosistemi sensibili (elettronica per droni, propulsori e materiali balistici), con incrementi marcati nelle esportazioni 2025 verso l’industria militare russa. Diverse analisi collocano una quota molto elevata, sino al 80%, dei componenti elettronici critici dei droni russi in origine cinese. È una dipendenza che non sostituisce l’Occidente per qualità, ma che sostiene la prosecuzione dello sforzo bellico e circoscrive l’efficacia delle sanzioni.

L’India continua a praticare un bilanciamento pragmatico: pur cooperando con l’Occidente, ha alimentato nel biennio 2023–25 l’import di greggio russo scontato. Nelle settimane del summit l’amministrazione USA ha trasformato la leva tariffaria in strumento di pressione (dazi aggiuntivi e minaccia di misure “secondarie”), attribuendo a questi provvedimenti una riduzione del flusso petrolifero verso Nuova Delhi e ventilando estensioni verso Pechino. Nelle stesse ore, però, la Casa Bianca ha frenato sull’ipotesi di sanzioni immediate contro la Cina per l’acquisto di petrolio russo. L’esito è un quadro fluido, in cui la deterrenza economica americana convive con cautele sul fronte sino-statunitense.

LE CONDIZIONI INTERNE E LE LEADERSHIP – Il conflitto ha accelerato in Russia un processo di “mobilitazione permanente” che incide simultaneamente su economia e società. Sul piano economico, il bilancio 2025 conferma un’impronta bellica: le stime più accreditate collocano la spesa militare tra il 6,3% e oltre il 7% del PIL, livelli record nel periodo post-sovietico. Nel frattempo la trasparenza di bilancio è diminuita, segnalando pressioni crescenti sul lato fiscale e finanziario. L’allocazione di risorse verso difesa e sicurezza tende a “spiazzare” investimenti civili e a irrigidire la struttura produttiva, mentre la Banca di Russia opera in un contesto di surriscaldamento e tassi elevati. In prospettiva comparata, si tratta di una tipica economia di guerra: sostenibile nel breve-medio periodo, ma con costi di opportunità crescenti e margini di aggiustamento compressi.

Il nodo più visibile è il mercato del lavoro. Alla fine del 2024 le imprese segnalavano una carenza record di circa 2,6 milioni di addetti (dato HSE ripreso da più fonti), frutto della mobilitazione, dell’emigrazione e di dinamiche demografiche avverse. Quest’anno, nonostante la disoccupazione sia ai minimi storici, emergono forme di sottoccupazione nascosta e un travaso di manodopera dal settore civile a quello della difesa, che producono effetti distorsivi su salari e produttività. La leva reclutamento (con bonus o amnistie condizionate) assorbe ulteriori coorti, alimentando l’asimmetria tra comparti. Questo mix, sebbene abbia il merito di sostenere lo sforzo bellico, erode le basi della crescita civile e aumenta la dipendenza da input esteri (soprattutto cinesi) per componenti dual-use.

Sul piano politico-istituzionale, la traiettoria russa è quella di una autoritarizzazione consolidata. Le libertà civili e politiche registrano ulteriori arretramenti nella rilevazione 2025 di Freedom House; la stretta su media indipendenti, ONG e opposizioni prosegue, con casi recenti di condanne esemplari a giornalisti e attivisti. La legittimazione del Cremlino si fonda su un nazional-patriottismo di mobilitazione, su redistribuzioni selettive di rendita (derivante da spesa militare ed entrate energetiche) e su repressione mirata. La resilienza del consenso, tuttavia, non va confusa con assenza di costi latenti, che l’usura economico-sociale tende a far emergere nel medio periodo.

La Ucraina, per contro, ha visto quest’anno il più ampio rimpasto di governo dall’inizio dell’invasione su larga scala: il 17 luglio la Verkhovna Rada (il parlamento ucraino) ha nominato Yuliia Svyrydenko primo ministro, ridisegnando priorità e architettura dell’esecutivo (anche con l’accorpamento di portafogli per efficienza di guerra). La nuova linea afferma due capisaldi: (i) sicurezza degli approvvigionamenti per le forze armate e (ii) espansione rapida della produzione nazionale di armamenti, con l’obiettivo di coprire il 50% del fabbisogno entro sei mesi. L’intento è ridurre la dipendenza dagli alleati e trasformare la mobilitazione bellica in capacità industriale endogena, con possibili ricadute di medio periodo sulla modernizzazione del settore difesa.

Sul versante della legittimazione, i dati demoscopici più recenti delineano un quadro complesso. L’approvazione di Volodymyr Zelensky rimane elevata (intorno ai 57% degli intervistati), sebbene inferiore ai picchi dei primi mesi di guerra. Parallelamente cresce nella società di guerra il desiderio di chiusura del conflitto, pur non alle condizioni della Russia. Questa dinamica riflette l’ambivalenza tipica delle democrazie in guerra prolungata, dove coesione nazionale e fatigue bellica coesistono, imponendo alla leadership scelte che preservino sia la sovranità sia la tenuta sociale.

Dal punto di vista istituzionale, Kyiv opera entro un regime di eccezione: accentramento decisionale, priorità alla sicurezza, riorganizzazione ministeriale e forte coordinamento con partner occidentali. Il rischio è quello di una “centralizzazione emergenziale” che, se protratta, può comprimere il pluralismo e complicare il rientro a procedure ordinarie (si veda il dietro-front sull’anticorruzione). La leadership ucraina sembra consapevole del trade-off e tenta di “istituzionalizzare” la mobilitazione (con pianificazione industriale della difesa, revisione della spesa e riforme amministrative) per rendere compatibili sforzo bellico e standard democratici, nella prospettiva di un consolidamento euro-atlantico (del tutto ipotetico ancora).

IL VERTICE IN ALASKA TRA TRUMP E PUTIN – Veniamo all’Alaska. Il 15 agosto 2025, alla Joint Base Elmendorf–Richardson di Anchorage, Donald Trump e Vladimir Putin hanno tenuto il primo faccia a faccia dalla piena invasione del 2022 (e il primo incontro fra i due leader dal 2019), per circa tre ore, affiancati da ristretti team diplomatici. Per gli USA il Segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff, mentre per la Russia il ministro Sergej Lavrov e il consigliere Yuri Ushakov. Il summit si è chiuso senza annunci su cessate il fuoco o accordi formali, con Trump che ha riassunto la linea in un «no deal until there’s a deal».

L’elemento politico più rilevante emerso ad Anchorage è la convergenza di Trump sull’impostazione russa di puntare a un accordo di pace complessivo prima (o al posto) di un cessate il fuoco preliminare, un’inversione rispetto alla prassi invocata da Kiev e sostenuta fin qui dall’UE. Trump ha definito «più vicino» un accordo, aggiungendo però che «deve accettarlo l’Ucraina». Da parte russa, Putin ha presentato l’incontro come «costruttivo», senza entrare nel merito delle concessioni. Sul piano sostanziale nessun testo è stato formalizzato.

Nel perimetro sostantivo delle trattative, diverse ricostruzioni giornalistiche convergono sull’idea che Mosca punti alla piena sovranità su Donetsk e Luhansk in cambio del congelamento delle linee altrove. Altre fonti riferiscono che Trump abbia detto a Zelensky che «Putin vuole di più» del Donbas. In ogni caso, Zelensky ha ribadito che non può cedere territori (vincolo costituzionale) e che l’unico approdo plausibile passa per garanzie di sicurezza robuste e verificabili. Ha inoltre annunciato la partenza per Washington per un incontro diretto con Trump (si vedano gli ultimi aggiornamenti).

Anchorage ha chiarito i vincoli (territoriali e istituzionali) di Kiev e i paletti normativi di Bruxelles (ovviamente non per merito di Trump); ha mostrato che Mosca cerca di guadagnare tempo e di ottenere riconoscimenti; e ha rimesso Washington al centro del tavolo, con il rischio che l’abbreviazione dei tempi possa indebolire la credibilità degli impegni, se non vengono individuati gli strumenti di verifica e deterrenza necessari a evitare l’ennesimo cessate il fuoco che non regge.

GLI SCENARI FUTURI E LE PROSPETTIVE – La sequenza “pace prima, anziché cessate il fuoco” può essere “ri-tradotta” in un percorso graduale solo se gli attori convergono su un cessate il fuoco monitorato come tappa intermedia verso un’intesa più ampia. Due fattori spingono in questa direzione: la necessità statunitense di mostrare progressi tangibili e la linea europea che subordina qualunque accordo alla piena inclusione di Kiev e a garanzie robuste, senza premi all’aggressione (principio dei confini non modificabili con la forza). Il trilaterale con Zelensky sarebbe uno strumento per riallineare la sequenza negoziale (prima tregua verificabile, poi pacchetto politico).

Se la distanza su status dei territori resta incolmabile, lo sbocco più probabile è un congelamento de facto con linee di contatto stabili ma porose. Questo esito è coerente con tre fattori trainanti: (i) la strategia russa di guadagni incrementali accompagnati da pressione aerea e missilistica; (ii) la resilienza ucraina che impedisce sfondamenti decisivi ma non consente riconquiste rapide; (iii) la riluttanza occidentale a concedere riconoscimenti territoriali permanenti, pur volendo evitare un’escalation.

La riapertura del canale politico può paradossalmente incentivare mosse di spoiler, come azioni militari o terroristiche che mirano a sabotare un fragile processo. I rischi maggiori sono: (a) intensificazione degli attacchi su infrastrutture critiche ucraine per accrescere il costo sociale; (b) incidenti transfrontalieri nelle aree di Kharkiv-Sumy; (c) cyber-interferenze su sistemi energetici e finanziari. La probabilità di escalation aumenta se il vertice USA-Russia resta senza il suo necessario sviluppo inclusivo. Più alta sarà l’ambiguità politica, maggiore sarà lo spazio per azzardi tattici.

Nel caso (probabile) di prolungamento del conflitto, due interrogativi s’impongono con forza: riuscirà Kiev a trasformare la mobilitazione in autonomia industriale della difesa e a sostenere il fronte senza aumentare eccessivamente i costi sociali? Riuscirà Mosca a mantenere il mix di rendite, controllo politico e importazioni dual-use necessario a proseguire la guerra? In uno scenario di logoramento, chi endogenizza più rapidamente capacità produttive e garanzie esterne regge; chi resta vincolato da colli di bottiglia tecnologici e fiscali è costretto a “comprare tempo” a prezzo crescente.

LA (DIFFICILE) CONCLUSIONE – L’analisi delle quattro dimensioni qui esaminate conferma la natura ibrida e multilivello del conflitto russo-ucraino. Sul piano militare la guerra resta una guerra di logoramento. Le micro-variazioni della linea di contatto assumono così un valore essenzialmente politico, più che strategico. Sul piano internazionale, l’incontro di Anchorage ha reso palese una divergenza transatlantica, mentre in parallelo attori terzi capitalizzano la situazione per consolidare margini di autonomia e influenza, alimentando un ordine multipolare asimmetrico in cui il conflitto ucraino è divenuto banco di prova della competizione globale.

Il summit di Anchorage ha avuto soprattutto un valore politico rilevante: ha rimesso Putin al centro del tavolo diplomatico e offerto a Trump la possibilità di rivendicare il ruolo di pacificatore, pur senza esiti sostanziali. Il nodo resta quello della sequenza negoziale: cessate il fuoco come prerequisito, o pace immediata con congelamento delle linee? La risposta a questa domanda determinerà la credibilità di qualsiasi percorso di fine della guerra, perché in assenza di meccanismi di verifica e di garanzie esterne, il rischio è quello di un congelamento instabile, foriero di nuove escalation.

Come ampiamente detto da larga parte degli analisti geopolitici di tutto il mondo, la guerra in Ucraina si conferma crasi della storia attuale e della politica internazionale. La posta in gioco è la sovranità ucraina e anche la tenuta stessa dei principi di diritto internazionale che regolano le relazioni fra Stati. Per questo motivo, quanto avvenuto in Alaska ci consegna una domanda aperta: la pace sarà il frutto di un compromesso negoziato e garantito, o prevarrà ancora una volta la logica del fatto compiuto?

di Domenico Birardi

Co-founder di Meta Sud. Gestisce il podcast "Mappe della contemporaneità", edito da Meta Sud.

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