Ven. Dic 12th, 2025

Come possiamo boicottare il genocidio palestinese?

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La campagna di delegittimazione contro Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati, ha assunto da subito toni violenti e diffamatori. Le sue denunce le sono valse l’accusa infamante di antisemitismo, frutto di un’equazione imposta dal potere israeliano – lo chiameremo il “postulato Netanyahu” – che fonde artificiosamente sionismo ed ebraismo, e dunque antisionismo e antisemitismo (se desiderate saperne di più, potete dare uno sguardo qui). Attraverso quest’associazione forzata, ogni critica politica viene silenziata, anche quando è fondata sul diritto internazionale.

In realtà, il boicottaggio proposto da Albanese non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo, e tutto a che fare con l’assunzione di responsabilità del consumatore. Interrompere i legami con chi trae profitto dal genocidio è l’inizio di una liberazione concreta, che trasforma il consumatore da spettatore passivo a soggetto politico attivo.

L’ECONOMIA POLITICA DEL GENOCIDIO – In questo ultimo rapporto (dal 2022 ne sono stati redatti altri da Francesca Albanese), si cerca di segnare un punto di svolta nell’analisi della violenza israeliana contro il popolo palestinese, spostando l’attenzione dall’occupazione al genocidio, e dall’ideologia alla struttura economica che lo sostiene. L’economia dell’occupazione, che era fondata sull’esproprio e sull’assoggettamento quotidiano, ha lasciato il posto a un’economia del genocidio, costruita attorno a un progetto di spopolamento sistematico e di sostituzione demografica.

Questo passaggio ha investito interi settori produttivi: dalle armi alla tecnologia di sorveglianza, dal cemento delle demolizioni alle trivelle che saccheggiano le risorse naturali, dalle banche che finanziano gli insediamenti fino ai supermercati, al turismo digitale e al mondo accademico. Otto comparti, intrecciati in una filiera genocidaria. Come in tutti i genocidi moderni, anche qui le imprese hanno avuto un ruolo attivo, consapevole, profittevole.

A questa realtà materiale il rapporto affianca l’inquadramento giuridico che impone una responsabilità alle entità aziendali. Il diritto internazionale impone agli attori privati una due diligence rafforzata in presenza di gravi violazioni, tanto più se riconducibili a crimini di guerra o contro l’umanità. Continuare a operare o investire in questa rete equivale a complicità. È su questa base che si fonda la legittimità giuridica del boicottaggio.

(per un’analisi più dettagliata potete ascoltare il primo episodio del nostro podcast “Mappe della contemporaneità”).

IL MOVIMENTO BDS CONTRO IL GENOCIDIO – Il movimento BDS (acronimo di Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) nasce nel 2005 su iniziativa della società civile palestinese, ispirandosi alla lotta anti-apartheid sudafricana. È una campagna globale e nonviolenta che chiede di interrompere ogni forma di complicità con il regime israeliano finché non saranno riconosciuti tre diritti fondamentali: la fine dell’occupazione del 1967, la piena uguaglianza dei palestinesi cittadini di Israele e il diritto al ritorno dei profughi.

Le tre direttrici di azione consistono nel boicottaggio dei prodotti e dei servizi, nel disinvestimento da aziende e fondi complici e nelle sanzioni contro lo Stato di Israele. Esse hanno dato vita in questi anni a centinaia di campagne locali e internazionali. Il ritiro di Veolia dal mercato israeliano, la rottura di AXA con alcune banche israeliane, la decisione di Ben & Jerry’s di sospendere la distribuzione nelle colonie, o l’abbandono di Puma e Adidas dal sostegno alla federazione calcistica israeliana, sono tutti risultati meteriali di una pressione coordinata e tenace.

Oggi, le campagne in corso puntano contro colossi come Booking.com e Airbnb, che promuovono il turismo coloniale, oppure contro HP, Elbit Systems, Caterpillar, Chevron, aziende che il rapporto Albanese documenta come direttamente implicate nell’impalcatura genocidaria.
Partecipare al BDS è tutto sommato semplice. Si può scegliere di non acquistare prodotti israeliani (soprattutto se provenienti dalle colonie), sostenere i disinvestimenti degli atenei e dei fondi pensione, aderire a una campagna locale, firmare petizioni o sensibilizzare sui social. Ogni atto, per quanto piccolo, spezza il filo che lega il nostro consumo quotidiano a un crimine internazionale.

DALLA TEORIA ALLA PRASSI – Chi vuole attivarsi davvero non ha che da fare un passo: contattare direttamente il movimento BDS attraverso il sito ufficiale (bdsmovement.net) o i canali locali. Il boicottaggio è formato da una rete concreta di persone che ogni giorno lavorano per spezzare i legami della complicità.
Intanto, questa sera stessa – giovedì 7 agosto – alle ore 19:00, a Oria si terrà un sit-in aperto a tutte e tutti (Piazza Lorich). Se volete andarci con noi, scriveteci in direct su Instagram: ci organizziamo insieme per raggiungere il luogo del sit-in.

E soprattutto segnatevi questa data: lunedì 11 agosto, ore 18:30, Piazza Milite ignoto, San Marzano di San Giuseppe. Lì si terrà Voci dal Sud per la Palestina, un evento che darà spazio e voce alla lotta contro il genocidio e al dovere di boicottare. Sarà l’occasione per cominciare un percorso collettivo per istituire infopoint nei comuni, per costruire spazi civici e militanti, oltreché per radicare una presenza politica capace di rispondere all’economia dell’annientamento con l’economia della solidarietà.
Il nostro podcast Mappe della contemporaneità (disponibile su Spotify e sulle principali piattaforma podcast) è parte di questo sforzo. Ascoltatelo, condividetelo e, soprattutto, prendete parte alle iniziative in presenza. Vi aspettiamo.

di Domenico Birardi

Co-founder di Meta Sud. Gestisce il podcast "Mappe della contemporaneità", edito da Meta Sud.

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