Dom. Lug 21st, 2024

Gaza, perché Washington e Riyad chiedono il cessate il fuoco

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Da alcuni mesi i governi di Stati Uniti e Arabia Saudita conducono una fitta serie di negoziati per trovare una risoluzione alla guerra di Gaza. Washington, ancora potenza egemone nel Medio Oriente, ha espresso ripetute volte la propria volontà di raggiungere un immediato cessate il fuoco, anche anticipando ad Israele che il governo statunitense non sosterrà un’invasione di Rafah. Riyad, dal canto suo, sebbene con alcune differenziazioni, non si è discostata molto dal messaggio di Biden: la guerra di Gaza deve finire al più presto. La proposta del governo di Joe Biden sino ad ora consiste nel richiedere un cessate il fuoco di lungo periodo, concludere contestualmente la normalizzazione dei rapporti tra Israele e l’Arabia Saudita, e ottenere un impegno teorico per la costituzione di uno Stato di Palestina.

Le ragioni che sostengono queste richieste, tuttavia, non possono intendersi come riducibili ad un romantico umanitarismo – anche e soprattutto perché gli Usa sono sempre stati il principale ostacolo al riconoscimento della Palestina in sede ONU. Al contrario, le motivazioni debbono essere ritrovate principalmente nella volontà comune di Washington e Riyad di arginare l’affermazione di Teheran in Medio Oriente; nel bisogno dell’America di consolidare il corridoio economico Imec in chiave anticinese; e, da ultimo, dalla comune necessità di stabilizzare la polveriera mediorientale per scongiurare guerre che ostacolino il transito commerciale nei colli di bottiglia di Hormuz, Bāb al-Mandab e Suez (vedi sotto carta di Limes).

Per approfondire:
“¿Qué implicaría el reconocimiento de Palestina como Estado?”, David Gómez su El Orden Mundial;
– “Così gli Usa provano a fermare Israele su Rafah: ecco perché la chiave è in Arabia Saudita“, Viviana Mazza sul Corriere della Sera;
– “Il botta e risposta tra Iran e Israele conferma i blocchi mediorientali“, Lorenzo Tormbetta su Limes.

L’ASSE DELLO SCONVOLGIMENTO E IL RUOLO DI TEHERAN – La guerra di Gaza ha rafforzato un asse, delineatosi già negli ultimi anni, che ha assunto una postura marcatamente antioccidentale. Russia, Corea del Nord, Iran e Cina hanno costituito una sorta di convergenza di scopo in grado di contrastare gli interessi di mantenimento dell’egemonia americana. Questa convergenza – molto lontana in verità dall’essere una vera e propria alleanza – è stata ribattezzata da Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine (Foreign Affairs) con il nome di “asse dello sconvolgimento”. Le loro collaborazioni, di carattere prevalentemente commerciale, sono state rafforzate dal sanzionismo degli Stati Uniti e dalla comune volontà di estendere la propria egemonia in chiave antioccidentale. L’Iran rappresenta in questo senso un punto di congiunzione tra la questione mediorientale e il contrasto all’egemonia americana. È in questo senso che vanno letti l’ingresso nella Organizzazione per la Cooperazione di Shangai e nel gruppo dei BRICS (di cui però fa anche parte l’Arabia Saudita).
Il consolidamento di una convergenza di questo tipo, in un mondo sempre più multipolare, non rappresenta una preoccupazione di secondo rilievo né per l’Impero americano né per Riyad, che ha ragione di riconoscere nell’affermazione della potenza iraniana una minaccia alla propria crescita economica e politica.

Inoltre, la strage di civili a Gaza ha mobilitato le opinioni pubbliche occidentali e arabe, rompendo il velo d’ipocrisia che permetteva una certa forma d’indifferenza per le violazioni del diritto internazionale compiute dal governo di Israele negli ultimi anni in Palestina. Questa occasione ghiotta è stata audacemente sfruttata dall’asse dello sconvolgimento e ha permesso a Teheran di svolgere un ruolo di primo piano nel contrasto ad Israele nel Medio Oriente – l’attivismo militare dei cosiddetti proxies (Hamas, Hezbollah, Houthi e milizie irachene tra i più noti) ha permesso infatti la costituzione di un secondo asse (il cosiddetto asse della resistenza – vedi sotto carta di El Orden Mundial), questa volta marcatamente anti-israeliano, in grado di influire non poco sulle opinioni pubbliche arabe mediorientali.

Certamente le ostilità tra Iran e Usa sono aspetto noto degli ultimi quarant’anni – almeno dalla crisi degli ostaggi del 1979 in poi -, ma la scelta di Trump di abbandonare unilateralmente l’accordo sul nucleare siglato nel 2015 (JCPOA) ha ravvivato il rischio che Teheran costruisca una sua bomba atomica (vedi sotto grafico ISPI sui dati dell’ultimo rapporto Aiea sull’Iran). Timore non attenuato affatto dallo scambio di bombardamenti a bassa intensità con Israele avvenuto nelle ultime settimane, e dalla minaccia iraniana – lanciata per mezzo di Abolfazl Amouei – di usare un’arma mai usata prima. Il consolidamento della leadership di Teheran, sommata alla minaccia nucleare e a quella di una guerra aperta in tutto il Medio Oriente, rappresenta una concreta minaccia per gli interessi americani e sauditi.

Per approfondire:
– “Proxy War: il ruolo di Teheran nello scacchiere mediorientale“, Andrea Molle su Start Insight;
– “El mapa del Eje de la Resistencia: Hamás, Hezbolá y otros aliados de Irán“, Natalia Ochoa su El Orden Mundial;
– “Tra Stati Uniti e Iran un cessate il fuoco politico sul nucleare“, Ugo Tramballi su Ispi;
– “Iran: “Look to the East” tra SCO e BRICS“, Jacopo Scita su Ispi.

L’IMEC E IL CONFLITTO CON LA CINA – Il conflitto tra Cina e Stati Uniti riemerge di tanto in tanto come le acque del Carso, e s’impone come una vera e propria ossessione per la potenza americana. Centrale è il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (Imec), sponsorizzato dagli USA nel G20 di New Delhi per poter bilanciare gli effetti economici della Belt Road Initiative (Bri, anche note come Nuove vie della seta) e del Corridoio Internazionale di trasporto Nord-Sud (INSTC). L’Imec permetterebbe di realizzare un ambizioso collegamento tra India ed Europa utilizzando il Medio Oriente come crocevia. Il progetto prevede la costituzione di reti ferroviarie e portuali, di cavi digitali ed elettrici e di un condotto ad idrogeno pulito. Queste infrastrutture permetterebbero di costruire un’alternativa al Canale di Suez e di velocizzare il transito delle merci di circa il 40%. Nello specifico sono due i corridoi che dovrebbero costituire l’Imec: il primo collegherebbe l’India al Golfo Persico – grazie al porto degli Emirati Arabi Uniti di Jabel Ali -, mentre il secondo collegherebbe l’Europa al resto del corridoio – grazie al porto greco del Pireo – (vedi sotto carta di Bussinesline).
Perché l’Imec possa concretizzarsi, tuttavia, è necessario che Arabia Saudita e Israele normalizzino le loro relazioni. Questo passaggio era in una fase di forte avanzamento prima del 7 ottobre 2023, ma l’attacco di Hamas ha sconvolto completamente lo scenario e congelato la procedura di avvicinamento.

L’ambizione di Washington è di garantire che la manovra di accerchiamento della Cina ritrovi un suo economico compimento con il contrasto degli effetti geopolitici delle Nuove vie della seta. E a beneficiarne sarebbe anche Riyad: la presenza di un accordo bilaterale tra Arabia Saudita e Israele, magari sulla falsa riga degli Accordi di Abramo siglati da Trump nel 2020, favorirebbe un sostegno statunitense al programma nucleare per usi civili saudita, garantirebbe la stabilità regionale necessaria all’attuazione del Post-Oil Vision 2030, e renderebbe il regno di Mohammad Bin Salman il fulcro delle strategie economiche americane.

Per approfondire:
– “The India-Middle East-Europe Economic Corridor: il Golfo come epicentro della connettività globale“, Alberto Dubini su IARI;
– “Hamas e Teheran guastano i piani di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita“, Lorenzo Trombetta su Limes;
– “Imec, Bri e Brics riportano il Medio Oriente al centro del mondo“, Lorenzo Trombetta su Limes;
– “Gli Accordi di Abramo dopo l’attacco a Israele“, Eleonora Ardemagni su Affari Internazionali.

L’IMPORTANZA DEI COLLI DI BOTTIGLIA – Gran parte degli analisti geopolitici sono pacificamente d’accordo sul fatto che i colli di bottiglia siano elemento un determinante per lo sviluppo dei traffici commerciali di tutto il mondo. La grande rilevanza che assume la questione mediorientale è dovuta anche alla presenza di tre fondamentali stretti all’interno della regione: Hormuz, Bāb al-Mandab e Suez. Un abbozzo delle loro caratteristiche economiche e geostrategiche aiuterà a comprenderne la rilevanza.

Lo stretto di Hormuz, in primo luogo, è il passaggio per il petrolio più importante al mondo: da esso passa un quinto del commercio mondiale di petrolio e più di un quarto del gas naturale liquefatto (vedi sotto carta di Limes). Data la presenza di 13 basi militari iraniane lungo le coste e il popolamento delle isole contese Tunb e Abu Masa, Teheran ha la possibilità di mantenere un elevatissimo controllo sui traffici e, qualora fosse parte della sua strategia, anche di limitarne il transito. Inoltre, non ci sono alternative sicure per aggirare lo stretto di Hormuz, tanto più che gli unici impianti di trasporto del petrolio grezzo sono quelli di Riyad e Abu Dhabi, dimostratisi altamente vulnerabili e non sufficienti. Per queste ragioni, l’Iran ha la possibilità di minacciare il blocco dei traffici e rendere il commercio del petrolio e delle materie prime nel Golfo Persico altamente precario, con evidenti danni agli interessi degli USA, dell’Arabia Saudita e degli altri attori regionali.

Da ultimo ci sono gli stretti che lambiscono il Mar Rosso: Bāb al-Mandab e Suez. Il primo è uno dei più importanti crocevia marittimi del mondo: da esso transitano un decimo del commercio mondiale, un decimo dei flussi di petrolio e l’8% del gas naturale liquefatto. La posizione geostrategica di questo collo di bottiglia è dovuta alla sua capacità di collegare l’Europa all’Oceano Indiano e all’Africa Orientale. Altrimenti definito il «tesoro yemenita» o «la porta sul retro del Canale di Suez», è da anni al centro delle mire dei principali attori regionali e mondiali, e ben si comprende perché Cina, Stati Uniti e altri attori mondiali abbiano costruito basi militari sulla costa gibutina dello stretto. Suez è invece il collo di bottiglia da cui passa il 7% del commercio mondiale di greggio e il 12% del commercio globale: snodo strategico da più di un secolo e mezzo. Il passaggio è al momento insostituibile, nonostante la sua vulnerabilità. La precarietà imposta ai traffici dalla guerra di Gaza ha prodotto conseguenze economiche rilevanti per il commercio mondiale, costringendo in taluni casi di allungare la rotta e passare dal Capo di Buona Speranza (per un esempio degli effetti di un ipotetico blocco del canale, si veda quanto avvenuto nel 2021 per via dell’incagliamento dell’Ever Given).
Tutti e tre gli stretti rappresentano materialmente la giugulare dei traffici marittimi e petroliferi mondiali (vedi sotto carta di Limes).

Per approfondire:
– “L’importanza di Suez e il Sinai fuori controllo“, Lorenzo Trombetta e Alfonso Desiderio su Limes;
– “La vera posta in gioco della guerra in Yemen è il bottino marittimo“, Cinzia Bianco su Limes;
– “Stretto di Hormuz, la minaccia iraniana sull’economia globale“, Paolo Camerotto su IARI;
– “La geopolítica del estrecho de Bab al Mandeb, la puerta de Asia a Europa“, Álvaro Merino su El Orden Mundial;
– “Suez e colli di bottiglia” Redazione su ISPI.

IL COMPORTAMENTO DI ISRAELE – Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita cercano quindi di spegnere il fuoco appiccato in Medio Oriente. Fermare Israele però non è impresa facile: il piano per l’invasione di Rafah, utilizzato all’inizio in maniera più mediatica che concreta, oggi ha acquisito i tratti preconizzatori di un evento ineluttabile. Il Sud di Gaza sarà invaso, e ci sarà una mattanza di civili. Le opinioni pubbliche arabe e occidentali non rimarranno indifferenti questa volta: la pressione interna sarà elevatissima.
Per queste ragioni, il raggiungimento di un accordo sul cessate il fuoco rappresenta un’assoluta priorità per Stati Uniti e Arabia Saudita. Ma la strada è decisamente in salita. Il Medio Oriente si conferma come un’irrisolvibile polveriera, in cui la postura geopolitica di Israele, in origine elemento di stabilizzazione filo-occidentale della regione, figura oggi come la miccia maggiormente in grado di portare all’esplosione.

di Domenico Birardi

Attivista politico e studente della Facoltà di Giurisprudenza a Taranto all'Università Aldo Moro.

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