Dom. Lug 21st, 2024
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“Il pensiero di Hannah Arendt” è un approfondimento monografico che sarà pubblicato a puntate. In questo primo articolo ci occupiamo dell’origine della filosofia politica arendtiana: il ruolo della polis e della dimensione sociale nella vita politica del soggetto.

Il centro propulsore del pensiero di Hannah Arendt, filosofa tedesca contemporanea, è rappresentato dalla dimensione politica, in cui convergono riflessioni radicate nella classicità da un lato, ma che allo stesso tempo ne configurano l’esatto superamento. La politica «si fonda sul dato di fatto della pluralità degli uomini» , in cui le differenze di ognuno vengono raccolte sulla base di eguali diritti che la società garantisce per una civile comunanza. Il concetto di pluralità rappresenta il momento essenziale da cui la politica non può prescindere, esso è il dato di fatto su cui deve costituirsi una comunità di diritto. La condizione politica è l’elemento fondamentale della condizione umana, all’interno della quale «la vita activa, la vita umana nella misura in cui è attivamente impegnata, è sempre radicata in un mondo di uomini e di cose fatte dall’uomo che non abbandona mai o non trascende mai del tutto».

Il pensiero politico della Arendt si fonda sul concetto di azione strettamente connesso a quello dello stare-insieme, questo aspetto rimanda alla tradizione aristotelica che definisce l’uomo un animale politico e ciò non significa che per Aristotele tutti gli uomini sono politici, semplicemente che la condizione di “politico” è essenziale per poter vivere all’interno della polis, realtà che più di tutte ha centrato il senso della politica.

LA PRAXIS E IL PENSIERO ARISTOTELICO – Nel definire il metodo d’indagine della praxis la Arendt riprende i capisaldi posti da Aristotele nella sua differenziazione tra episteme praktike rispetto all’episteme theoretike. Innanzitutto l’oggetto delle due discipline è posto su di un orientamento diverso, il sapere teoretico ha coma fine la ricerca del vero mentre il sapere pratico ha come oggetto l’azione stessa. Dalla differenza dell’oggetto d’indagine si pone, per Aristotele, una diversità per quanto riguarda il metodo che contraddistingue le due discipline. Il sapere pratico segue un procedimento argomentativo di tipo topico-dialettico, mentre il sapere teoretico è ciò che non può non essere diversamente da come è, quindi si struttura secondo un procedimento apodittico. La praxis non segue, inoltre, un grado di precisione perfetto a differenza della theoria, ma è un sapere che si avvicina alla verità probabile e quindi verosimile perché, avendo a che fare con le azioni umane, esse si verificano non secondo il criterio della necessità, ma della regolarità approssimativa. Scrive Aristotele nell’Etica Nicomachea, in cui etica e politica seguono lo stesso procedimento argomentativo:

La trattazione sarà adeguata, se avrà tutta la chiarezza compatibile con la materia che ne è oggetto: non bisogna infatti ricercare la medesima precisione in tutte le opere di pensiero, così come non si deve ricercarla in tutte le opere manuali. Il moralmente bello e il giusto, su cui verte la politica, presentano tante differenze e fluttuazioni, che è diffusa l’opinione che essi esistano solo per convenzione, e non per natura.

La Arendt recupera la tradizione politica aristotelica rintracciando nell’organizzazione della polis greca la realizzazione della libertà. Ovviamente per poter vivere nella polis l’uomo doveva, in un certo senso, essere già libero perché non tutti erano riconosciuti come cittadini a pieno titolo. La condizione dello schiavo era considerata una norma per quel tempo, una condizione indispensabile affinché il cittadino fosse esonerato dal lavoro, solo in tal modo egli poteva dedicarsi alla vita pubblica e a quella contemplativa.

L’eredità classica viene così recuperata attraverso una ricostruzione storica e critica del tempo, in cui la libertà e la polis coincidevano a vicenda, andando a fondare le regole della convivenza umana e sociale. La libertà trovava il suo fondamento nel dominio politico, il quale deteneva il dominio della violenza. L’esercizio della cosa pubblica veniva effettuato attraverso il discorso, elemento che la Arendt individua nell’attività dei cittadini, il cui fine era la produttiva comunicazione. Ritornando all’importanza dell’eredità aristotelica nel pensiero della Arendt, al filosofo greco è attribuito il merito di aver fatto della politica la linea di demarcazione fondamentale tra l’uomo e gli altri animali, di aver così individuato in essa il contrassegno dell’umanità. L’uomo vive in una realtà diversa da quella naturale, da cui riesce a liberarsi, grazie alla sua dimensione razionale, dalla necessità impostagli dalla natura.

LA CLASSICITÀ E LA TRADIZIONE POLITICA OCCIDENTALE – Alla luce delle riflessioni che compaiono in “Vita Activa” della Arendt, testo pubblicato in America nel 1958, compaiono delle considerazioni sulle forme della vita e dell’attività dell’uomo, a partire dalla classicità per poi arrivare all’età contemporanea. La condizione umana è qui pienamente analizzata attraverso numerosi passaggi che hanno il fine di rilevare l’importanza delle attività tipiche dell’uomo quali il lavoro, l’opera e l’azione. Il ruolo rivestito dalla politica, a parere della Arendt, è fondamentale perché pilastro inalienabile della costituzione sociale delle comunità umane. L’esame della tradizione politica occidentale parte da Aristotele e trova il suo culmine nell’analisi del pensiero di Marx. Nel pensiero politico tradizionale la Arendt individua alle origini, ovvero nella classicità, una particolare attenzione e un certo privilegio attribuiti alla theoria, dalla quale scaturisce poi l’importanza anche dell’attività pratica. La vita contemplativa è considerata per eccellenza la più alta delle attività umane, così come anche la più autentica. L’intento della Arendt è quello di portare alla luce invece, l’importanza che la praxis riveste nell’attività dell’uomo contemporaneo, ovvero parte dal tentativo di rivalutarne la valenza ontologica. Questo atteggiamento è, però, il frutto di un’influenza del pensiero di Heidegger su quello arendtiano. Il filosofo tedesco, grande maestro della Arendt, nelle lezioni tenute a Marburgo tra il 1943-45, aveva mostrato un’attitudine decostruzionista nella critica alla tradizione filosofica. Questa vocazione heideggeriana, dovuta allo smontaggio delle categorie e dei concetti che stanno alle origini della nostra tradizione occidentale, ha avuto un’enorme influenza sulla Arendt.

L’intenzione della Arendt è quella di porsi, nei confronti di questa tradizione, con una disposizione critica e con un atteggiamento che oggi definiremmo di tipo decostruzionista. Tutto ciò sta a significare che l’autrice si propone di fare un lavoro di montaggio dell’edificio costituito da questa tradizione, e quindi concentrare l’analisi sulle sua categorie. Questo lavoro di “demontage” non riguarda una sfera particolare della vita dell’uomo, quindi la politica, dal momento che essa non può essere considerata una sfera seminaria del vivere umano. Come la stessa Arendt sostiene in Vita Activa la politica determina una distinzione sostanziale tra il piano dell’umanità e quello dell’animalità. Tale concetto è splendidamente chiarito dalla concezione aristotelica dell’uomo come zoon politikon, ma sul quale l’uomo occidentale contemporaneo ha, per così dire, smesso di riflettere. Quando Aristotele definisce l’uomo in tali termini, il filosofo greco non vuole semplicemente dire che l’uomo per natura possiede la dimensione della socialità, ma egli è un animale politico nella misura in cui può conseguire una dimensione autenticamente umana solo facendo «esercizio di cittadinanza».

L’AZIONE UMANA – Ciò che preme alla Arendt è salvaguardare e rivalutare, al pari di Heidegger, anche se in misura differente, la sfera dell’azione umana e quindi della praxis. In Heidegger questa rivalutazione sfocia in una dimensione pratico-morale, sotto forma di solipsimo etico. Nella Arendt la praxis, considerata il modo d’essere proprio dell’uomo, perviene ad una rivalutazione in senso pratico-politico, in cui il posto migliore è dato alla sfera dell’intersoggettività.

Polvere, coltre, dimenticanza… sono termini heideggeriani che rinviano alla critica della metafisica come “oblio dell’essere”. Su questa base la politica, nel corso di una tradizione più che secolare, ha smarrito la sua definizione originaria, ovvero di partecipazione attiva alle decisioni e al governo. Ma essa ha sicuramente anche perso la sua condizione contingente, fragile e possibile, che con un linguaggio heideggeriano potremmo definire esistenziale. Per Heidegger il pensare autentico è sempre e comunque un pensare solitario, mentre tale dimensione di solitudine è estranea alla riflessione arendtiana, secondo la quale la politica ha senso se si configura come il pensare insieme all’interno di uno spazio pubblico che è quello della polis. Scrive la Arendt in proposito: La “buona vita”, come Aristotele chiamava la vita del cittadino, non era quindi solo migliore, più libera da preoccupazioni pratiche o più nobile della vita ordinaria, ma di una qualità del tutto differente. Era “buona” nella misura in cui, per aver acquistato padronanza delle necessità, per essersi liberata dalla fatica e dal lavoro e per aver superato l’istinto, innato in tutte le creatura viventi, della sopravvivenza, non era più legata al processo biologico della vita.

La partecipazione attiva dei cittadini alle decisioni della polis riguardava due ambiti fondamentali che costituivano gli ordini del giorno delle assemblee, cioè i problemi della pace e della guerra e il giudizio sulla vita dei cittadini con la costituzione dei tribunali. Aristotele realizza la condizione di cittadino che partecipa alle assemblee e diventa membro dei tribunali, facendo di queste attività la dimensione specifica del greco, distinta e lontana rispetto al non greco, al forestiero e allo schiavo che non hanno la possibilità di partecipazione. La Arendt compie un lavoro di scavo del pensiero aristotelico, sottolineando che in realtà nella definizione dell’uomo greco come zoon politikon è implicita la distinzione non tra due sole categorie di persone, ovvero tra greci e schiavi o barbari, ma fra tre categorie, che sono coloro che lavorano per gli altri e sono schiavi; poi ci sono coloro che lavorano per loro stessi e non hanno schiavi, ma non posseggono la possibilità di partecipare alle assemblee, a differenza dei liberi cittadini che possono partecipare alla vita politica e si identificano in chi ha risolto il problema del lavoro attraverso il dominio sugli schiavi.

IL RUOLO DEL LAVORO – La condizione fondamentale per i greci per essere libero e partecipare alla vita politica è il “non lavoro”, questo significa che lo spazio politico non deve essere inquinato dal lavoro, ma deve configurarsi come uno spazio libero. L’analisi aristotelica serve alla Arendt per cogliere la differenza specifica tra la specie umana e quella animale, che può venire alla luce nel momento in cui gli esseri umani diventano soggetti politici, ovvero emancipati all’interno di una dimensione pubblica di partecipazione.
Quando questo mondo salta in aria e l’analisi aristotelica diventa inaccettabile, ovvero quando non la si considera all’interno di un limite storico, soprattutto riguardo il tema della schiavitù, si ha un superamento privo di utilità. Salta la considerazione che si dovrebbe avere il relazione ai valori della nostra civiltà delle origini pur nelle loro contraddizioni. Il superamento è però alla stregua di un recupero dei valori che sono riconosciuti come imperituri, e quindi di importante riferimento. Con l’avvento del mondo cristiano, a parere della Arendt, viene abbandonata la distinzione tra umano e non umano che regge il pensiero aristotelico a favore della considerazione dell’uomo come creatura di Dio. Se nell’universo aristotelico la condizione del lavoro è sub-umana, nella filosofia del cristianesimo il rapporto con il lavoro è visto secondo una duplice prospettiva. Seguendo i testi originali quali l’Antico Testamento, il lavoro presenta una condizione di condanna rispetto al “peccato originale”; ma è anche vero che il cristianesimo ha attribuito al lavoro anche un significato più umano e dignitoso fino a farne lo strumento di partecipazione alla stessa opera divina. All’interno di questa tradizione, che ci ha allontanati da Aristotele, la condizione del lavoro acquista una dimensione più dignitosa che serve a distinguere gli esseri umani.

di Annachiara Borsci

Annachiara Borsci è docente di Filosofia e Storia al Liceo "Moscati" di Grottaglie (TA). Dopo la Laurea in Filosofia, conseguita all'Unisalento di Lecce nel 2004, ha proseguito gli studi conseguendo nel 2009 il Dottorato di ricerca in discipline storico- filosofiche presso la stessa Università di Lecce sul pensiero di Hannah Arendt dal titolo "Il problema del male e la rifondazione della politica".

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