Dom. Lug 21st, 2024

Studenti, alunni, discenti: appellativi per chi sta fra i banchi (e sui libri)

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Proprio in questi giorni, migliaia di ragazzi e ragazze di tutta Italia stanno svolgendo gli esami di maturità. Ciò fa di loro i “maturandi” del 2024: si tratta del gerundio sostantivato di “maturare”, sul modello del gerundivo latino (un aggettivo verbale), e va inteso come “coloro che devono essere maturati”, attraverso le prove che sono chiamati ad affrontare. La lingua italiana dispone di un ventaglio abbastanza ampio di termini con cui designare chi si applica alla conoscenza, caratterizzati da sfumature semantiche che può essere interessante approfondire in questa sede.

Volendo tracciare una sorta di percorso diacronico a partire dall’infanzia, l’appellativo utilizzato oggi per indicare perlopiù coloro che frequentano la scuola elementare è “scolaro”, del quale tuttavia era comune durante il Medioevo e il Rinascimento un uso esteso anche agli studenti universitari. “Scolaro” – nella variante arcaica “scolare” o “scolaio” – discende dall’aggettivo scholaris, latino tardo, «scolastico, relativo alla scuola», sostantivato successivamente nel latino medievale[1]. È un derivato di schola, prestito adattato dal greco σχολή (scholè), che in origine indicava il tempo libero dedicato al riposo e allo studio, più genericamente volto ad assecondare una predisposizione intellettuale – contrapposto a quello proprio della vita attiva e pratica – e successivamente è passato a denotare il luogo fisico dell’educazione liberale, deputato all’insegnamento e all’apprendimento, accezione valida tuttora, accanto a quella di “insieme dei seguaci di un maestro o di un pensiero”.[2] Si noti inoltre che, in latino, schola era impiegato anche per indicare la lezione, la conferenza, la trattazione su un determinato argomento.

Un secondo termine adoperato specialmente con riferimento alle fasce della scuola dell’obbligo è “alunno”, dal latino alumnus, forma cristallizzata dal participio medio-passivo dell’indoeuropeo <*alo-mno-s[3], derivante dal verbo alĕre, «nutrire» o nel riflessivo «nutrirsi», ma anche nel causativo «far alimentare», «far crescere». Alla lettera, pertanto, significa «colui che è alimentato, nutrito», dunque «che viene cresciuto». Il suo corrispettivo in greco è l’aggettivo θρεπτός (threptòs), spesso sostantivato con l’accezione più specifica volta a indicare tanto quegli infanti abbandonati dai genitori biologici, ma poi recuperati e allevati come figli adottivi, quanto gli schiavi nati e cresciuti in casa[4]. Le attestazioni di queste ultime accezioni sono documentate soprattutto in epigrafi (iscrizioni) sepolcrali.[5]

Al precedente vocabolo si affianca “allievo”, derivato dal verbo composto latino ad-levare,che significa alla lettera «sollevare, tirar su»: questo trova riscontro nell’italiano “allevare”, che nella sua accezione letterale si riferisce alla cura della crescita di neonati e animali, mentre in quella figurata all’educazione e all’istruzione. A differenza di “alunno”, che restringe il campo a chi frequenta una scuola, “allievo” – alla lettera «colui che è allevato» – ingloba anche chi viene educato in una determinata disciplina, professione o arte (tra le accezioni, infatti, figurano per esempio quelle attinenti ai campi semantici militare e sportivo).[6]

Provando a formulare con opportuna cautela un’ipotesi, pensando all’uso comunemente in voga tra i parlanti, forse non è un caso che questi ultimi due lemmi siano attribuiti perlopiù ai bambini frequentanti la scuola elementare, o al massimo ai ragazzi della scuola secondaria di primo grado, piuttosto che agli iscritti di una scuola secondaria di secondo grado, o ancora agli universitari, ai frequentanti del Conservatorio o di qualsiasi altro ente che promuova una formazione superiore. “Alunno” e “allievo”, infatti, rinviano etimologicamente ai concetti citati in precedenza di cura, nutrimento, azioni subite da parte del soggetto in questione: “alunno”, si ricordi, è «colui che viene nutrito», non «colui che nutre». Giunge dunque in soccorso un appellativo che sembrerebbe più idoneo a designare una nutrita categoria di persone, assai più frequentemente impiegato e più versatile: si tratta di “studente”.

Già soltanto ad un primo sguardo in superficie, rivolto al piano morfologico prima che a quello semantico, è possibile constatare una differenza abissale, rispetto ai lemmi su cui si è riflettuto poc’anzi, poiché “studente” deriva dal participio presente attivo del verbo latino studēre, «studiare». “Studente”, dunque, è «colui che studia»: il soggetto, in questo caso, viene colto mentre compie attivamente l’azione. Spostandosi, poi, al significato del verbo studēre, si può osservare come contempli una gamma di opzioni variegata: non solo «studiare», ma anche «applicarsi a», «dedicarsi a», fino a «desiderare», «cercare», «aspirare a qualcosa». È contemplata inoltre un’applicazione in ambito politico, con l’accezione di «sostenere», «favorire», «parteggiare per». Ciò che quindi emerge con forza, attraverso l’esplorazione di questa parola tra le pagine del vocabolario, è la componente della volontà. Un altro elemento suggerito dalla semantica del verbo, ancora, è l’intensità dell’azione che descrive: studiare – si converrà – è diverso dall’imparare. Certamente l’apprendimento è preliminare, propedeutico allo studio, anzi imprescindibile. Lo studio, tuttavia, richiede uno sforzo maggiore, attraverso l’applicazione delle conoscenze metabolizzate, dedizione nel consolidarle, ai fini di interiorizzarle, rendendole sempre più proprie. Riallacciandomi all’ipotesi di cui prima, forse è per questa ragione che v’è un chiaro distinguo sul piano lessicale, per cui non si è mai sentito pronunciare – un esempio fra tutti – una locuzione nominale come “alunno universitario”, bensì si dice “studente universitario”.

Per concludere, un ultimo vocabolo da considerare, “discente”, oggi impiegato con minor frequenza degli altri su cui ci si è soffermati finora, una parola dal sapore antico, che a qualcuno farà riecheggiare un richiamo dantesco[7]. Anche “discente” deriva da un participio presente attivo, quello di discĕre, che si traduce genericamente con «imparare», «apprendere». Prediletto per un uso ricercato, spesso questo termine figura in contrapposizione a “docente”, dal participio presente attivo di docēre[8], «insegnare». Idealmente da una parte, pertanto, si ritroverebbe «colui che insegna», dall’altra «colui che impara». Oggi, tuttavia, sarebbe auspicabile magari immaginarsi una polarizzazione più attenuata tra queste due categorie, nel concreto, apparentemente rigide invece sul piano etimologico: con l’augurio che ogni docente si senta discente, e che ogni discente, al contempo, sia consapevole di poter a suo modo docēre.


[1] https://www.treccani.it/vocabolario/scolaro/

[2] https://www.treccani.it/enciclopedia/scuola_(Dizionario-di-Storia)/

[3] C. Mandolfo, Lineamenti di grammatica storica del latino, Lugano 2017, p. 195.

[4] https://www.treccani.it/vocabolario/alunno/

[5]LSJ s. v. θρεπτός A.

[6] https://dizionaripiu.zanichelli.it/ alunno__allievo_1__allievo_2/

[7] Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto XI, vv. 103-105: «che l’arte vostra quella, quanto pote,/segue, come ’l maestro fa ’l discente;/sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote. »

[8]https://www.treccani.it/vocabolario/discente/

di Rossella Liotine

Laureata in Lettere Classiche e futura studentessa di Filologia Classica, appassionata di scrittura creativa, etimologia, letteratura, linguistica.

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