Dom. Lug 21st, 2024

Cos’hanno in comune uno sposo e uno sponsor? Più di quanto s’immagini

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La riflessione sul profondo significato di una parola può scaturire dalle ragioni più disparate, che vanno dall’uso abituale nel quotidiano all’impiego invece altamente settoriale, dalla scoperta di un termine mai incontrato prima alla sua frequenza talmente notevole, al contrario, da volerne approfondire l’origine una volta per tutte. C’è nondimeno un’altra via, praticata finanche dai più grandi pensatori di tutti i tempi – anche se non lo ammettono – capace di condurre all’etimo, ossia alla verità[1]: si comincia a ripetere nel labiale quella particolare parola che distoglie l’attenzione da più utili occupazioni, la si ripete incessantemente come una nenia, anche a voce alta. Una volta che si è assaporato il suo suono attraverso gli interstizi di tutte le sillabe e le lettere che la compongono, ci si decide a esplorare i suoi meandri semantici, predisponendosi a sperimentare quell’appagante sensazione di meraviglia assicurata.

Se gli spunti di partenza per la riflessione etimologica sono vari, ad animarla è invece l’unica ed eterna, urgente ricerca di senso, questione di sopravvivenza. Ecco, non sarei riuscita ad arrivare a domani senza svelare ciò che si cela dietro un verbo che utilizziamo proprio tutti indistintamente, e che oggi compare largamente in connessione con espressioni legate alle interazioni virtuali: si tratta di “rispondere”, difatti rispondiamo al telefono, alle e-mail ma ancor più tramite WhatsApp, sui social network. Inoltre, capita che noi stessi esortiamo l’altro a risponderci o viceversa. Per qualcuno, rispondere risulta davvero impegnativo, perciò, semplicemente, non lo fa. Non è di certo questo il caso, ma se costui fosse stato un magistrato romano, avrebbe incontrato maggiore comprensione da parte nostra. Andiamo a capire perché.

“Rispondere”, infatti, deriva dal verbo latino respondēre, a sua volta composto dal prefisso re- (che esprime in generale iterazione o un movimento in senso opposto o a ritroso) e spondēre, «promettere», «giurare», «dare la propria parola»: indicava un atto solenne, dunque, legato all’assunzione di un impegno, realizzabile in ambito diplomatico-militare (obbligandosi in alleanze, contratti, secondo le forme prescritte), giuridico-economico (dando garanzia di qualcosa per qualcuno), fino alla precipua accezione «promettere in matrimonio», tanto che dal participio perfetto di questo verbo derivano i sostantivi sponsus e sponsa, rispettivamente «sposo» e «sposa». Anche “sponsor”, da sponsor, è da ricondursi alla medesima radice, infatti è nomen agentis[2] di spondēre: giunto in italiano come latinismo indiretto, poiché accolto prima dall’inglese e poi transitato nella nostra lingua, nel latino classico si riferiva tanto alla controparte coinvolta in prima persona nello scambio vicendevole di un determinato accordo a voce o per iscritto (la sponsio, «promessa solenne»), quanto alla figura del garante per terzi, del mallevadore; successivamente, nel latino tardo, in ambito cristiano, stava a indicare il padrino di battesimo; oggi, infine, ha assunto un significato molto settoriale, designando chi finanzia un’attività culturale o sportiva ai fini di ricavarne pubblicità per i propri prodotti.[3]

Tuttavia, se in latino il verbo di partenza spondēre è allora pregnante rispetto all’area semantica dei patti, degli obblighi etc., il suo corrispettivo greco σπένδω (spèndo) – con cui è imparentato – nasce in un altro solco, quello religioso, e significa «offrire, versare libagioni[4]»; solo in seguito si amplia all’accezione giuridica, espressa dalla forma media del verbo, σπένδομαι, (spèndomai), «concludere o stringere un accordo, fare un trattato». Ciò che dunque permane, così accomunando le due voci verbali, greca e latina, è ciò che Benveniste definisce «the notion of an insurance against risk, of a guarantee»[5], poiché l’atto dell’offrire libagioni agli dèi, infatti, era finalizzato ad assicurarsene il favore, al punto che ciò costituiva una vera e propria azione rituale, precedente un numero vastissimo di cerimonie ed occasioni, anche molto diverse fra loro: per citarne alcune, poteva accadere prima di compiere un viaggio per terra o per mare, di intraprendere una spedizione militare, di stipulare un armistizio. Si tenga sempre a mente la fondamentale rilevanza della vita religiosa, e dunque rituale, presso il mondo greco e latino. Tornando all’evoluzione delle accezioni di σπένδω (spèndo) in greco, pertanto, Benveniste[6] registra il processo semantico che passa dal “fare offerte agli dèi considerandoli garanti”, al “considerarsi reciprocamente garanti, tra uomini”, attraverso la negoziazione di accordi, obblighi etc.

In ogni caso, riprendendo il composto respondēre, da cui è stata avviata la nostra riflessione, si noti che quest’ultimo, oltre a ricongiungersi con i significati passati in rassegna poc’anzi – valendo per «assicurare a propria volta», riguardo a un certo accordo – contemplava già in latino estensioni di significato giunte fino ai giorni nostri, quali «rispondere a voce o per iscritto, «replicare», «ribattere», «corrispondere» o «reagire» a determinate esigenze.

Alla medesima origine vanno attribuiti, ancora, parole come “responsabile” e «”responsabilità”, formate dall’unione di respondēre con il suffisso derivativo –abile (dal latino -abĭlis), che indica – in questo caso specifico – la possibilità di operare quanto espresso dal verbo, ossia di rispondere, reagire a una determinata situazione o comportamento (“essere responsabile di qualcosa/qualcuno”); una seconda accezione, poi, prevede l’impiego di tale aggettivo in senso assoluto, senza determinazioni, e designa chi si comporta in modo riflessivo ed equilibrato (“una persona responsabile”).[7]

La prossima volta che risponderete – o non risponderete – a qualcuno, ebbene, vi tornerà in mente la gravosa solennità che anticamente accompagnava quest’azione, che ha la sua profonda genesi nella sacralità, e pondererete al meglio il da farsi. Qui l’incontrovertibile oracolo, a parlarvi… spondēre, come se non bastasse, significa anche «vaticinare», «presagire». Non lo avevo annunciato? Meraviglia assicurata.


[1] “Etimo”, infatti, deriva dall’aggettivo greco ἔτυμος, «vero, verace, genuino».

[2] Il nomen agentis («nome d’agente») è un sostantivo derivato che designa colui che compie un’azione. Uno dei suffissi derivativi più utilizzati in italiano per formare questo tipo di sostantivi è –(t)ore (per il maschile), –(t)rice (per il femminile), rispettivamente da –(t)or e –(t)rix latini. Si pensi a esempi come “pittore”, “attore”, “scrittrice”, “protettrice”.

[3] https://www.treccani.it/vocabolario/sponsor/.

[4] Nelle religioni primitive e dell’antichità classica, la libagione – in greco σπονδή (spondè) – era un’offerta sacrificale di sostanze liquide (vino, acqua, miele, latte, ecc.), versata sull’altare o sotto l’altare o, in caso di luoghi di culto sotterranei, in fosse scavate nella terra, o, infine, nel culto dei morti, sopra o dentro la tomba (https://www.treccani.it/vocabolario/libagione/1).

[5] E. Benventiste, Dictionary of indo-european concepts and society, Chicago 2016, pp. 478-483.

[6] Op. cit. pp. 478-483.

[7] https://www.treccani.it/vocabolario/responsabile/.

di Rossella Liotine

Laureata in Lettere Classiche e futura studentessa di Filologia Classica, appassionata di scrittura creativa, etimologia, letteratura, linguistica.

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