Dom. Lug 21st, 2024

Il romanticismo naturalista nel “ritorno alla terra”

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L’ambientalismo ha la sua radice nel luogo in cui la mano dell’uomo diede impulso alla più grande trasformazione tecnica dell’ambiente mai avvenuta: la Gran Bretagna. L’avvento delle due rivoluzioni industriali fece del Regno Unito il paese più urbanizzato del mondo, tanto che a cavallo tra il 1801 e il 1911 il numero di persone che viveva in città incrementò dal 20% all’80%. La struttura dei rapporti economici, il ruolo di contadini, pastori e artigiani, e l’aspetto della natura subirono una rilevante metamorfosi. Come acutamente sottolineava Alan Macfarlane, «l’Inghilterra era il paese più urbanizzato al mondo, ma anche quello in cui maggiormente si faceva sentire lo struggimento per la campagna e per i valori rurali».

Tale struggimento dava vita ad un atteggiamento fortemente agli antipodi rispetto alla nuova dimensione urbana: incrementavano visibilmente parchi e giardini fioriti; si diffondeva il costume della vacanza e dell’estromissione volontaria dall’urbanità; e il ritiro nelle fiabesche «casette in campagna» si ammantava dell’enfasi naturalistica delle correnti romantiche e preraffaellitiche.

Fu in uno scenario di tal guisa che si sviluppò il movimento back-to-the-land (ritorno alla terra), corrente di carattere culturale, sociale ed economica intenzionata a ribaltare il sistema industriale instauratosi all’epoca. Coloro che davano corpo al «ritorno alla terra» erano gli individui che abbandonavano la dimensione urbana per andare a vivere in luoghi naturali, valorizzando ardentemente i concetti di sussistenza e solidarietà umana. Quelli che invece davano inchiostro a tale linea d’interpretazione della storia dell’ambiente erano poeti e scrittori del tardo Settecento inglese.

Nella nostra storiografia dei libri che hanno segnato l’ambientalismo sceglieremo di privilegiare la descrizione delle teorie di questi ultimi, pur non rinunciando a descrivere gli effetti che esse ebbero sugli uomini di quel tempo.

LA PRIMA GENERAZIONE DI WORDSWORTH E CLARE – L’immagine che i primi ambientalisti romantici dipingevano era pressoché questa: la putrida aria industriale cominciava ad inquinare gli effluvi limpidi della natura, e la trasformazione dei paesaggi iniziava ad imporre all’uomo una contaminazione che superava l’aspetto ambientale per tracimare in quello visivo.
Un’ostinata opposizione a queste trasformazioni fu dapprincipio condotta dal poeta inglese William Wordsworth (1770-1850). Passeggiatore di rara fattura, nella sua vita percorse a piedi circa 250 000 chilometri sul suolo d’Inghilterra, insegnò ai suoi lettori – per usare le parole di Jonathan Bate – «come camminare con la natura». Per grande paradosso storico-letterario, il mondo dell’epoca non lo conobbe per alcuni dei suoi più grandi poemi, ma per una semplice guida naturalistica sulla gente e sul paesaggio del Lake District – regione inglese in cui l’ampliamento della ferrovia minacciava di distruggere la bellezza e l’integrità naturale -, che divenne un vero e proprio successo editoriale.

Al fianco di Wordsworth si collocò sin dai primi tempi John Clare (1793-1864), poeta raffinato e irriducibile naturalista. La sua avversione per la pratica della recinzione e per il corollario di violenza bruta che da essa promanava trovò un elevatissimo compimento nel poema The Village Minstrel. Proprio in quest’opera si compie un nostalgico e commovente saluto ai campi, alle «scene così care agli occhi di Lubin», alle praterie fiorite, ai fiori di campo. Quegli «alberi messi al bando» facevano struggere dentro Clare, dal momento che l’avvento del recinto aveva definitivamente oscurato tutto il loro splendore.

Agli occhi dei primi naturalisti si coglie l’immediata incursione della tecnica, trasformatasi poi in invasione barbarica e in istituzionalizzazione del dominio arbitrario. La virginale natura veniva rapita, umiliata e violata da strumenti metallici, da vapori purulenti e dalla proterva volontà di potenza dell’uomo.

LA SECONDA GENERAZIONE DI RUSKIN E MORRIS – Qualche anno più tardi e sulla scorta delle opere dei primi ambientalisti romantici, la critica all’industrialismo continuò con nuovi raffinatissimi poeti e scrittori. John Ruskin (1819-1900) fu uno di questi: artista, critico d’arte e docente di poesia ad Oxford, fece della sua penna la lente d’ingrandimento sui miasmi e sull’inquinamento delle città urbanizzate.
Proprio nell’Opera di Ruskin è possibile rintracciare una linea filosofica di degno rilievo: l’uomo compiva nei confronti della natura – per dirla con Wordsworth – «un oltraggio», e la sua distruzione si manifestava come la dissacrazione nei confronti di ciò che i premoderni avevano invece considerato divino. Inquinamento come desacralizzazione dell’ambiente, e come apoteosi della morte del dio. Mirabili alcune sue righe di prosa: «mentre l’uomo medioevale non ha mai dipinto una nuvola, se non con l’intendo di metterci un angelo, e un greco non è mai entrato in un bosco senza aspettarsi di incontrarci un dio, noi consideriamo la presenza di un angelo su una nuvola totalmente innaturale, e saremmo veramente sorpresi se dovessimo incontrare un dio in un posto qualunque».

Anche Ruskin intraprese una battaglia politica contro l’ampliamento della ferrovia nel Lake District, sebbene per ragioni non proprio sovrapponibili a quelle di Wordsworth. Infatti, la preoccupazione principale di Ruskin riguardava soprattutto l’afflusso di turisti che la ferrovia avrebbe portato, a suo modo di vedere in grado di dissestare e depredare lo splendido paesaggio agreste della regione. Tale attivismo politico ebbe modo di sfociare anche nella creazione di alcune istituzioni ambientaliste per la gestione delle fattorie e delle botteghe artigianali autosufficienti.

Proprio il tema dell’artigianato fu poi vivacemente promosso da William Morris (1834-1896), poeta, architetto e militante socialista d’ispirazione naturalista. Egli vedeva nell’Inghilterra del suo tempo uno «sporco cortile d’officina», in cui la crescita industriale dimostrava la «capacità d’inghiottire in modo ripugnante campi, boschi e terre, senza pietà e senza speranza». Tra le sue opere quella che ha avuto una rilevanza maggiore è The Earthly Paradise, in cui si crea una contrapposizione estetica tra il paesaggio premoderno e quello dell’epoca. Morris chiede infatti al lettore di dimenticare «le sei contee avvolte nel fumo», «il vapore sbuffante e il colpo di pistone», e tutto ciò che avesse a che fare con «l’espansione orrenda della città», supplicandolo di pensare piuttosto «al cavallo da soma sulla collina», alla Londra «piccola, bianca e pulita», e al Tamigi «bordato dai suoi verdi giardini».

Con ragionevoli moventi la seconda generazione cominciava a descrivere ciò che il progredire dell’espansione industriale produceva. Subito dopo lo stupore per la trasformazione, i poeti avvertirono gli effetti nefasti che essa aveva in seno: l’aria si faceva sempre più pesante, il colori del paesaggio si spegnevano lentamente per lasciare spazio al grigio fumo delle officine, e la salute degli uomini diminuiva tanto quanto cresceva la potenza della produzione.

EDWARD CARPENTER E L’INTERNAZIONALIZZAZIONE – Da ultimo, giungeremo ad un esempio di vita attiva e intellettuale che più di tutti rappresentò una colonna dell’ambientalismo romantico: Edward Carpenter (1844-1929). Egli fu matematico e sacerdote, ma poi gettò la tunica e si risolse a costituire una comune su una collina che si stagliava davanti alla città industriale di Sheffield. Lì permise ad amici e compagni di trovare un rifugio in cui vivere di lavoro manuale e aria pulita – si avverte moltissimo l’influenza di Walt Whitman e Henry David Thoreau nel suo approccio alla trasformazione dell’ambiente, che nella sua opera Per una vita semplice rende lapalissiana.

Icastica era la contrapposizione tra quella «vera Arcadia» e la valle industriale di Sheffield. Gli occhi di Carpenter fotografarono «un’estesa e densa nube (…), che saliva al cielo come il fumo da un grande altare». Parallelismo – oggi ormai logoro e consunto -, che attirava a sé il concetto di sacrificio, perché su quell’altare «migliaia di vite erano sacrificate ogni anno».

Edward Carpenter è considerato l’autore che permise al movimento back-to-the-land di farsi internazionale, evoluzione connaturata allo stesso ambientalismo. Inoltre, appare comprensibile come l’attenzione dell’autore dovesse vertere sulla dirompenza degli effetti dell’industrialismo sulla salute dell’uomo. L’ambientalismo muta con il mutare della storia dell’ambiente, e perciò ha come motore propulsivo i corollari che l’evoluzione tecnica genera.

LA NASCITA DEI MOVIMENTI AMBIENTALISTI – Le opere di questi cinque intellettuali ebbero il merito di dare impulso alla nascita di molteplici associazioni ambientaliste verso la fine dell’Ottocento. Solo per citarne alcune: la Commons Preservation Society (1865), nata con l’intento di prevenire il disboscamento; la Society for the Portection of Ancient Building (1877), creatura dello stesso Morris; la Lake District Defence Society (1883), ispiratasi alle battaglie di Wordsworth e Ruskin; e la Coal Smoke Abatement Society (1898), gruppo indipendente d’ispirazione carpenteriana intento a spingere il governo a ridurre l’inquinamento.

Lo sviluppo dell’industria e della tecnica avevano però un incedere determinato e protervo. Il movimento back-to-the-land ebbe il merito di portare alla preservazione di alcuni territori, foreste e zone umide perlopiù, ma l’influenza di tale dottrina interpretativa non poté nulla innanzi alla trasformazione inesorabile della natura. Le teorie dei Wordsworth, dei Clare, dei Ruskin, dei Morris e dei Carpenter funsero piuttosto da sottosuolo culturale e poetico per gli ambientalisti successivi. Esse erano la flebile ma orgogliosa fiammella di resistenza che illuminava i corollari nefasti della trasformazione dell’ambiente, permettendo ai posteri di prendere coscienza di un cambiamento epocale.

di Domenico Birardi

Attivista politico e studente della Facoltà di Giurisprudenza a Taranto all'Università Aldo Moro.

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