Dom. Lug 21st, 2024

L’ambientalismo nell’era della tecnica

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Se un primitivo guardasse il nostro pianeta dall’alto, crederebbe di non averci mai vissuto; e semmai decidesse anche di scendere più verso la superficie, magari calpestando il nostro stesso suolo e respirando la nostra stessa aria, penserebbe certamente di esser finito di uno strano pianeta di autolesionisti, di folli masochisti o di ciechi danzatori sull’orlo di un burrone. Per pensare questo non sarebbe a rigori necessario neanche essere un primitivo, basterebbe anche essere un greco, un medioevale, financo un moderno, oppure semplicemente un resistente. Basterebbe, insomma, non essere stato educato nell’era dell’egemonia della tecnica e della postmodernità oppure resisterle.

Occuparsi della nostra epoca storica – l’era della tecnica – significa anche scendere nei meandri della terra, percorrere i sentieri pieni di asperità che la tecnica ha già percorso, e studiare gli effetti del suo cammino. Osservare l’ambiente per capire l’uomo, quindi preservarlo per garantire l’avvenire di tutto il sistema naturale (ecologia profonda secondo alcuni, buon senso secondo altri). Giustino Fortunato ammoniva oltre un secolo fa che l’ambiente ha una sua voce: «il paesaggio parla, e non c’è eloquenza che valga la sua». In un’epoca di assoluto silenzio per i racconti, vale allora la pena di ascoltarlo. Fosse anche solo per analizzare la grande metamorfosi storica, umana e ambientale che l’uomo sta vivendo. Facendolo ci si accorgerebbe della follia postmoderna della trasformazione delle città, dell’urbanità strabordante, del fardello di veleni che insidia il nostro avvenire, del grande harakiri dell’umanità.

NATURA E INTERPRETAZIONE – Corollario dell’entrare nel racconto della natura è imbattersi nel dovere d’interpretarlo. Il racconto chiama l’interpretazione, sempre. Se s’accetta questo, l’interpretazione della storia dell’ambiente ha nel suo seno emaciato l’ambientalismo (qui inteso non come dottrina che s’occupa della difesa dell’ambiente, ma come dottrina che interpreta il divenire storico dell’ambiente, sia in positivo che in negativo). Cosicché in parallelo con la storia dell’ambiente viaggia, a velocità più o meno eguale, la storia dell’ambientalismo. E dato che l’ambiente è così altero, così superbo da non riconoscere i confini che l’uomo ha deciso d’imperio di tracciare attorno al suo potere temporale, la storia dell’ambientalismo può essere solo storia dell’ambientalismo mondiale.

Dunque la storia dell’ambientalismo sta alla storia dell’ambiente come l’interpretazione al racconto: l’una è presupposto per l’esistenza dell’altra e viceversa. Esisterà una storia dell’ambiente per la popolazione solo a patto che si sia in grado di interpretarla, cioè di creare un qualunque tipo di ambientalismo. Senza ambientalismo la storia dell’ambiente sfugge, si dissolve. E in un’epoca in cui le narrazioni grandi sono crollate, le micronarrazioni ambientaliste pullulano il teatro del quotidiano. Si è insomma nell’ambientalismo postmoderno.

AMBIENTALISMO E POSTMODERNITA’ – La scure che incombe sul capo di chi si ritrova in un’epoca di ambientalismo postmoderno non è di sicuro un pericolo trascurabile. Se non c’è un unico modo d’approcciare al divenire storico dell’ambiente, non esiste nemmeno un modo unico di intervenire. La pulsione tecnica alla trasformazione dell’ambiente valica le Colonne d’Ercole della verecondia e del rispetto nei confronti della natura sino a spingersi alla demiurgica costruzione di una nuova, seconda natura – il cuore del poeta di Recanati aveva già tempo fa patito il tremore che tale stato di cose incuteva.
Oggi tante piccole micronarrazioni affollano i sistemi di comunicazione umani e mediatici, e tutti hanno un modo d’approcciare alle trasformazioni dell’ambiente naturale: c’è chi crede che esso vada sfruttato, perché la salvezza dell’uomo passa per il progresso tecnico; poi ci sono quelli che credono che bisogni limitare lo sviluppo e creare una tecnicità sostenibile; e poi ci sono quelli che credono nella decrescita felice; e così tanti altri, ognuno a suo modo, ognuno con una sua teoria. Tante, tantissime micronarrazioni dell’ambientalismo che rappresentano, ognuna a suo modo, il riflesso culturale di microcosmi tecnici, tutti parimenti incapaci di capovolgere l’attuale stato di cose.

PER UNA STORIOGRAFIA DEI LIBRI CHE HANNO SEGNATO L’AMBIENTALISMO L’approccio metodologico che proponiamo è allora di matrice storiografica e narrativa, quindi filosofico, politico, giuridico, mitologico e linguistico al tempo stesso. Saggistico e musiliano, insomma. Il primo punto da cui partire è senza dubbio il ricongiungimento con le narrazioni del passato; non per avviare una sorta di lieta regressione del pensiero, bensì per storicizzare il nostro nichilismo ambientalista e per ripercorrere, quantomeno in senso letterario e intellettuale, la storia delle interpretazioni del divenire ambientale.

Sia chiaro, non intendiamo tratteggiare un storiografia dell’ambientalismo: di esempi di questo genere ce ne sono di esaustivi ed eminenti (tra i tanti si veda Ambientalismi, Una storia globale dei movimenti). Piuttosto nei prossimi articoli cercheremo di delineare una storiografia dei libri che hanno segnato l’ambientalismo mondiale dalle origini ai giorni nostri, con l’obiettivo di raccontare la progressione storica dell’approccio all’ambiente da parte degli scrittori e degli intellettuali, nonché di porre particolare attenzione al ruolo che la natura ha avuto nei confronti dell’uomo sin da quando egli ha iniziato ad osservarla.

Partendo dal romanticismo naturalista dei poeti inglesi e arrivando sino al secolo XIX, si può nitidamente osservare l’evolversi di un concetto, lento e soave nel suo germogliare, che è giunto sino ai giorni nostri sorreggendosi su una vera e propria letteratura umana. Un concetto con il quale abbiamo perso i collegamenti a causa della postmodernità.
L’ambientalismo è interpretazione della storia della natura; le opere che hanno segnato la sua evoluzione sono i pilastri su cui si sorregge la metanarrazione dell’ambiente. Riscoprirle oggi potrebbe significare riacquisire uno sguardo più primitivo, più puro nei confronti della prima natura. Uno sguardo verecondo, rassegnato e rispettoso. Uno sguardo umano.

di Domenico Birardi

Attivista politico e studente della Facoltà di Giurisprudenza a Taranto all'Università Aldo Moro.

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