Dom. Lug 21st, 2024
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Nel 1970 Sandro Pertini apre la raccolta dei discorsi di Matteotti pubblicati per deliberazione della Camera dei Deputati nello stesso anno con un appassionato richiamo alla razionalità, all’integrità morale, che hanno contraddistinto un martire dell’autodeterminazione sociale e politica del nostro popolo.

Sebbene sedesse all’estrema sinistra nel Parlamento, nessuno meglio di Giacomo Matteotti fu in grado di riconoscere la pericolosità degli estremismi, tanto da affermare che la linea che separava i socialisti del suo gruppo dai fascisti fosse la consapevolezza di dover sottoporre ad un’autocritica determinate azioni folli commesse dalla sinistra, d’altra parte il movimento fascista coronava le bestialità dei suoi adepti con la “glorificazione”.

L’acume di Matteotti si palesa nella sua capacità di scorgere nella nebbia che l’agitazione sociale di quegli anni aveva gettato negli occhi dei parlamentari, l’azione distruttrice dell’ideologia fascista che mirava a minare dall’interno l’identità nazionale, assorbendo nel suo Uno animato dalla violenza ogni organo dello Stato. Per evitare che l’Italia, già dissestata dalla grande guerra precipitasse nel marasma più totale, Matteotti si fece testimone e paladino di una libertà sempre più incerta, senza correre incontro ad una morte volontaria, ma accettando lucidamente le conseguenze derivate dall’aver carpito nelle sue mani il destino del popolo italiano. In un discorso tenuto nel maggio del 1924 in favore di un rinvio delle elezioni, Matteotti esprime in maniera inequivocabile il cardine del suo pensiero: “Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo, altrimenti voi veramente rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale, della nazione. Se la libertà ci è data, ci possono essere errori, eccessi, ma il popolo italiano ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano”.

Nonostante si trattasse di parole che esprimevano i caratteri necessari per definire uno Stato coeso, questa si dimostrava una verità inafferrabile per il debole Parlamento al quale si rivolgeva. In un contesto di povertà politica Matteotti fallì nel tentativo di instillare negli animi la luce dell’analisi complessa, pertanto la classe politica rimase prigioniera degli schemi dogmatici che la stavano lentamente rendendo schiava di un governo di tendenza dittatoriale e della prepotenza delle masse.

Nell’aspirazione costante a sottrarre la verità alle intimidazioni della violenza, Matteotti denuncia un ribaltamento delle gerarchie che avevano di conseguenza denaturato il legame tra Parlamento e Governo, trasformando il primo in un simbolo concesso dall’ultimo, seppur la Costituzione sancisse che l’organo esecutivo derivasse e dipendesse da quello legislativo, in quanto primo rappresentante della volontà sovrana del popolo.

L’incapacità di imporsi del Parlamento sul potere esecutivo ricadeva nei punti più frequentemente affrontati da Matteotti nei suoi discorsi alla Camera, al pari della necessità di costruire un nuovo piano economico di stampo liberale che risollevasse le finanze dell’Italia pur senza condannarla allo sterile protezionismo.

Dato che il potere logora chi non lo sa usare oppure tenta tramite esso di garantire le necessità personali, Matteotti attribuisce la colpa della precarietà della classe politica alle congiunte responsabilità del fascismo, del governo che si esimeva dal reprimerlo e del capitalismo, il che lascia intendere l’innegabile adesione di Matteotti al marxismo, considerata l’accurata analisi che Karl Marx proponeva del sistema capitalista e delle sue responsabilità nel futuro, inevitabile crollo della società. Di Marx Matteotti accettò diverse visioni politiche e filosofiche ad eccezione della proposta di una rivoluzione violenta.

Quanto degli ideali di Matteotti sia rimasto ai nostri giorni nel pensiero comune è difficile da definire, perché rimane senza dubbio il culto dell’uomo che da solo sfidò un intero partito, eppure il suo insegnamento pare non essere stato recepito.

Cento anni dopo la morte di Giacomo Matteotti per mano dei fascisti, la classe politica si è nuovamente schierata sui fronti di una guerra ideologica che non lascia spazio alla razionalità e che piuttosto si eleva al di sopra di un popolo composto di analfabeti funzionali che, benché si dilettino a disquisir di politica presso i banconi dei locali, si interessano di tutto fuorché della possibilità di attuare proposte concrete al fine di strappare allo Stato il diritto che si è ingiustamente arrogato di “continuare a dividere la nazione in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta” (Matteotti, Camera dei Deputati – Tornata del 30 maggio 1924), come le rappresaglie degli ultimi tempi dimostrano. Sistema alimentato dall’ignoranza e dall’indifferenza che riserviamo alle istituzioni che deliberano sulla nostra comunità e che si originano dal popolo, al quale sono strettamente interconnesse.

Se il disinteresse della nazione nei confronti dell’azione dei politici non si evinceva in modo chiaro precedentemente, ora siamo stati posti davanti al risultato di tale atteggiamento, perché attualmente il tasso di affluenza ad elezioni che non siano comunali, ovvero che prevedano una consapevolezza che oltrepassi i vicini confini delle mura di casa, è sceso sotto il cinquanta percento.

Questo è dunque ciò che rimane dell’eredità di un uomo che aveva osato sfidare la morte proprio per non morire, guardando al futuro con la mente del politico autentico, auspicando un affratellamento di tutti i cittadini di un Europa che parte dell’Italia oggi rifiuta.

Nelle parole con cui Pertini conclude la sua prefazione è possibile riconoscere un barlume di speranza, perché nelle giovani menti che hanno sviluppato la capacità di scorgere l’orizzonte della verità dietro quel muro che prima o poi sapranno valicare, Giacomo Matteotti è ancora vivo, con la freschezza attuale dei loro pensieri: un martire d’avanguardia nella lotta democratica per l’affermazione della libertà e della giustizia nell’Italia, nell’Europa e nel Mondo.

Quindi, le candele del potere soggettivo su cui si fonda il nostro Stato non possono e non devono servire per una processione di questionanti intorno ad un’icona o un falso santuario; devono, invece essere consumate sulla strada più impervia in nome dell’autentica libertà e della più vera giustizia; in nome dell’onore.

di Francesca Montanaro

Diplomata in scienze applicate al Liceo G. Moscati di Grottaglie. Oltre la fisica e l'astronomia, coltivo una passione per la lettura e la scrittura, animata dall'interesse per il sociale.

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