Dom. Lug 21st, 2024
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Negli ultimi anni l’approccio alla filosofia mi ha permesso di prestare più attenzione ad alcune caratteristiche del pensiero umano che accomunano la società attuale e che spesso vengono ignorate perché non si possiedono gli strumenti per riconoscerle e analizzarle.

Di alcune di queste peculiarità facciamo esperienza in continuazione, dato che sono radicate all’interno della civiltà. Un simbolo evidente di quel bagaglio culturale che viene tramandato di generazione in generazione è dato dalle religioni, “espressioni dell’umana debolezza” le definiva Einstein. Con la religione l’uomo tenta di superare i propri confini per spingersi fuori dal proprio corpo, come se quest’ultimo avesse assunto la funzione di una prigione in cui l’aria inizia a scarseggiare. All’essere pensante la sua stessa esistenza non basta più.

Ho iniziato a domandarmi a cosa fosse dovuto questo anelito dell’uomo verso tutto ciò che si trova al di là della quotidiana esperienza sensibile e a cui sembra non poter rinunciare. Per farlo ho ripercorso varie tappe dell’evoluzione della filosofia, accendendo un faro sui filosofi che hanno esaminato il rapporto tra uomo, natura e infinito, dal mondo greco fino ai pensatori contemporanei del novecento, pur di comprendere chi più si sia avvicinato a delineare una visione della realtà capace di fornire una risposta appagante alle domande riguardo l’insoddisfazione umana, consapevole che tali risposte potrebbero non esistere, o peggio, potrebbero semplicemente essere irraggiungibili. La stessa ostinata ricerca perpetrata dalla filosofia nel corso dei secoli potrebbe aver provocato all’uomo solo un’amara sofferenza e un maggiore sconforto. In quest’ottica, la capacità di porsi domande, pregio che l’uomo sbandiera come sinonimo di superiorità sul regno animale, perde la sua accezione positiva, diviene un veleno mascherato da dolcificante, che potrebbe rappresentare la più grande menzogna della società, oltre che la causa di una diffusa inettitudine.

In un mondo diviso tra la massa che si è persa nel divertissement temuto da Pascal e i circoli intellettuali che si contrappongono ad essa onorando fieri la strada dei profondi pensieri, degli arguti ragionamenti, bisognerebbe chiedersi se non sia stata proprio la filosofia a causare la morte dello spirito. Forse l’uomo… ha pensato troppo.

Le stelle del Drago brillavano al posto della polare quando l’uomo iniziò a sviluppare quelle competenze cognitive che gli permisero di interrogarsi sulla realtà che lo circondava. In quelle isole che furono la culla della filosofia, l’esternazione esemplare della presuntuosità della specie umana, menti considerate geniali, cominciarono a connettere gli oggetti intorno a loro con il linguaggio, rappresentante finale del processo di assimilazione, comprensione e interpretazione sensoriale operata dall’uomo ogni qual volta fa esperienza dell’esterno. Interrogandosi sulla composizione del mondo sensibile, i filosofi compresero che l’ostacolo più grande non era tanto l’esperienza in sé, quanto trovare i termini adatti per descriverla.

Il desiderio di conoscenza che diventava sempre più pressante e potente con l’avanzare dei secoli e l’accumularsi di domande, dubbi, contraddizioni, decisamente superiori alle risposte ottenute dalla filosofia ha stimolato l’uomo nel continuare imperterrito a cercare di nutrire due bisogni fondamentali quasi quanto quelli fisici: categorizzare la realtà e superare i limiti della conoscenza.

Il primo simboleggiava il trionfo dell’umanità nella comprensione della realtà: era possibile etichettare gli oggetti sensibili, distinguendoli in compartimenti ben delineati solo una volta raggiunta una conoscenza tale da permettere la costruzione, si potrebbe dire, di un algoritmo che automaticamente colloca un corpo o un evento in una casella apparente della nostra mente contrassegnata da precisi attributi che, secondo l’esperienza compiuta, quell’oggetto dovrebbe possedere.

Il secondo, d’altro lato, nasceva dalla consapevolezza dell’uomo che la sua mente rappresentava un limite che gli impediva di discernere nell’oscurità dello sconosciuto alcuni particolari eventi, quali le emozioni, l’infinito, il post-morte, l’idea di fato, la possibilità dell’esistenza di un essere superiore che la filosofia ha cominciato a chiamare Dio per convenzione in seguito al consolidarsi del cristianesimo come religione.

L’uomo si rendeva conto che tali obbiettivi erano sostanzialmente due facce della stessa moneta, in quanto per affermare di aver compreso al cento per cento il mondo sensibile, occorreva valicare quei limiti sopra nominati.

Quando Aristotele formulò i suoi pensieri sulla Metafisica era perfettamente cosciente che esistessero campi oltre il sensibile che non potevano assumere nessuna delle categorie del suo essere. L’essere di Aristotele, una variabile informatica che poteva assumere un qualsiasi valore, che era quindi un descrittore generico degli oggetti del mondo, viene definito sinolo, ovvero unione di materia e forma con lo scopo sottointeso di sancire inequivocabilmente che tale definizione non poteva applicarsi a nulla che non appartenesse all’insieme di corpi ed eventi di cui l’uomo era in grado di fare esperienza tramite i sensi. Così, Aristotele smontava quell’idea, da egli considerata assurda e illogica, del suo maestro Platone che la conoscenza che l’uomo faceva del mondo dipendesse o fosse in qualche modo collegata a entità di un universo differente con cui l’uomo non poteva in alcun modo venire a contatto. Per quanti demiurghi Platone volesse ipotizzare, rimaneva una spiegazione fallace del misterioso processo di interazione uomo-natura. Il fulcro della più grande sfida dell’uomo rimaneva uno e uno solo: vi sono oggetti che non possono essere conosciuti.

Se qualcuno avesse ascoltato quella debole voce che dal profondo delle menti suggeriva “e se fosse un problema di sintassi? Non è che stiamo formulando il problema in maniera errata?”, un illustre tedesco (prussiano, per la precisione) si sarebbe risparmiato la dura fatica di ribaltare la psicologia dei filosofi. Duro colpo per Aristotele che alla logica del linguaggio ci teneva tanto.

Aristotele lascia aperto il dibattito sulla metafisica, sperando che i posteri un giorno possano chiudere il cerchio e fare luce sulla questione. Tuttavia, per quanto ci abbiano provato, anche i grandi pensatori successivi incorrono nello stesso conflitto con la metafisica. Il costante promemoria che esiste una fetta di realtà che non si fa conoscere all’uomo ha portato a porsi dei dubbi persino sul mondo già conosciuto! Non solo l’uomo non è capace di comprendere alcune realtà metafisiche, ma la spaccatura tra realtà sensoriale e realtà metafisica si manifesta anche nell’uomo stesso. Si pensi ai sentimenti, all’immaginazione: l’uomo è in grado di associare dei concetti per crearne di nuovi che nella realtà non si sperimentano. A questo punto si può considerare possibile che la conoscenza che facciamo della realtà sia essa stessa errata! Chi garantisce all’uomo che la realtà è “così come egli la vede”?

Cartesio per esempio, consumato dal dubbio, si rifugia in Dio. Il filosofo e matematico vissuto nella prima metà del XVII secolo aveva intuito la presenza di un divisore invalicabile tra mente, ragione (res cogitans) e corpo, materia (res extensa) che impediva di asserire con certezza che le nostre esperienze fossero elaborate dal pensiero in maniera corretta. Tutto, dalle realtà empiriche a quelle matematiche, poteva essere messo in dubbio. Cartesio bisognava, quindi, di un fondamento inconcusso che gli permettesse di superare il dualismo mente-corpo. Cartesio sembra decidere che tale garante sia Dio, arrivando così a costruire la sua filosofia su basi metafisiche.

Kant più avanti avrebbe affermato che l’esistenza di Dio non conciliava le idee e la materia, ma che in realtà si trattava esclusivamente di una speranza di Cartesio che il dualismo potesse trovare soluzione su un piano metafisico.

Il primo ad ammettere che la conoscenza umana non disponeva di un garante imprescindibile fu Hume, secondo il quale non solo l’uomo può conoscere esclusivamente tramite le impressioni in atto (perciò non è possibile stabilire leggi che descrivano il comportamento della natura), ma che il modo in cui la nostra mente le percepisce non è neanche garantito sia corretto. Per comprendere la posizione di Hume è sufficiente tener conto che le leggi fisiche tutt’ora in uso non sono universali in quanto possiedono un limite di validità, sono semplicemente “vere fino a prova contraria”. La fisica tenta di descrivere gli eventi tramite le osservazioni compiute, dalle quali si ricavano effetti e conseguenze utilizzabili fino a quando non si incorre in un caso limite che costringe gli studiosi a rivederle. Non a caso la scienza va avanti cercando di smentire più che confermare le proprie leggi. Da questa teoria prenderà poi il via, forse inconsapevolmente, una specifica filosofia del primo novecento che analizzerà il processo che segue il progresso scientifico, il che non deve sorprendere, considerando la rivoluzione che la teoria relativistica apportò alla comunità scientifica in quel periodo.

Tornado a Hume, questi definisce fenomeno la realtà come l’uomo la filtra tramite il pensiero e noumeno la realtà come essa è intrinsecamente, la realtà come l’uomo non potrà mai conoscere. Chiaro è come, già con Cartesio, la filosofia inizia a porre attenzione al ruolo che il soggetto conoscitore (l’uomo e in particolare la mente umana) svolge nel processo conoscitivo ma, se con Hume la gnoseologia comincia a distaccarsi dalla metafisica, essa rimane in un certo modo ancora centralizzata sull’oggetto della conoscenza, più che sul suo soggetto.

La rivoluzione attuata da Immanuel Kant in questo ambito è detta per analogia “rivoluzione copernicana”, proprio perché il punto focale della gnoseologia si inverte radicalmente. Prima di Copernico il sole e gli altri pianeti ruotavano intorno alla terra, come prima di Kant il soggetto ruotava intorno all’oggetto. Dopo l’avvento di Copernico il sole venne posto al centro del sistema, mentre la terra gli ruotava attorno, proprio come dopo Kant il centro del processo di conoscenza della realtà divenne il soggetto in sé, l’uomo, e gli oggetti del mondo dovevano adattarsi ad esso.

Kant riprende e ribalta la definizione delle categorie aristoteliche, secondo il nuovo sistema gnoseologico non è l’oggetto a possedere specifiche caratteristiche, bensì il soggetto ad essere dotato di particolari attributi per cui canalizza i dati secondo una logica che ha come prodotto una conoscenza della realtà che dipende strettamente dal modo in cui l’uomo conosce e non più da come la realtà si fa conoscere. Ciò è dovuto al fatto che l’essere umano possiede un corpo, la cui funzione è esattamente quella di interagire con la natura circostante per assimilare informazioni, filtrandole secondo quei cassetti interni che Kant chiama categorie. Il “corpo” ha sempre avuto una connotazione negativa in ambito filosofico (in particolar modo nel periodo greco), sia che fosse visto come barriera che separa l’uomo dell’esterno, o come tomba dell’anima.

Nella Critica alla ragion pura Kant descrive in maniera specifica ogni fase della sintesi conoscitiva, compresi tutti gli elementi dell’intelletto e della ragione che vi prendono parte. Il punto cruciale della teoria di Kant, dove si nasconde l’errore entro cui è caduta la società, viene sviluppato dal filosofo nell’ultima parte della sua opera, la “logica trascendentale” e in maniera più specifica nella “dialettica trascendentale”. Nella dialettica Kant distingue la conoscenza dal pensiero, affermando che esiste una parte della nostra ragione che ha il pretesto di andare al di là del fenomeno, producendo idee astratte, concetti che sono pensabili, ma non conoscibili proprio perché situati oltre il limite dell’esperienza reale. Le idee pure prodotte dalla ragione sono principalmente tre: anima, mondo e Dio. Kant non condanna la ragione per aver pensato tali idee, quanto più per aver avuto la presunzione di attribuire loro le stesse caratteristiche della realtà fenomenica, per questo ne smaschera l’inganno: nel tentare di conoscere l’idea di anima, l’uomo applica la qualità della sostanza alla funzione di conoscenza che unifica le esperienze interne, ovvero l’io penso ma l’io penso, non essendo un corpo, non può possedere una sostanza; l’idea di mondo è inconoscibile alla mente umana poiché necessita di un’esperienza simultanea di tutti gli istanti di tempo e di spazio per comprendere l’unità della natura, ma a l’uomo tale capacità è negata dato che ogni evento di cui può fare esperienza è collocato in un unico punto specifico dello spazio-tempo; infine vi è l’idea di Dio posto come garante, come causa prima e ordinatrice della realtà intera, eppure, puntualizza Kant, trattandosi di un’idea metafisica, la relazione causa-effetto tra Dio e il mondo sensibile è una supposizione arbitraria che l’uomo si concede, ma che non poggia su basi logiche.

Chiarito il motivo per cui tutto ciò che appartiene alla metafisica non può essere conosciuto, Kant non nega l’importanza che tali idee assumono in ambito morale, come analizzerà meglio nella sua opera successiva, la Critica alla ragion pratica.

Dio è una costruzione antropomorfa verso il quale l’essere umano tende, il che non è un male, anzi, dovrebbe permettere ad ogni individuo di agire secondo la morale che è intrinseca in lui, eppure pare che la società abbia ignorato le conclusioni a cui Kant era giunto nella logica trascendentale, tanto che ancora oggi continua a cercare negli dei, nell’anima, nel destino, un riscontro terreno, rapportandosi con essi come se appartenessero alla nostra realtà. Ci si è dimenticati che si tratta di idee metafisiche che risiedono su un piano a cui l’uomo non può accedere. Dio è un noumeno, ma ovunque vi sia l’uomo è fenomeno.

Commettere l’errore di dimenticare l’insegnamento di Kant è costato alla civiltà il prezzo della felicità perché, rifiutando tale limite, si è affannata nel tentare di raggiungere l’infinito non con lo scopo di tendere verso il “bene sommo”, come avrebbe ipotizzato Fichte negli anni successivi alle pubblicazioni di Kant, ma di conquistarlo, invano.

Nel momento in cui l’uomo è stato messo al centro della gnoseologia, automaticamente le teorie sulla conoscenza hanno assunto un importante valore ontologico, tuttavia, l’irrefrenabile studio della sostanza, delle cause prime, della volontà creatrice del mondo, della necessità deterministica dell’universo, ha allontanato l’umanità dalla vita, perché troppo ossessionata dal pensiero dell’assoluto che la metafisica, strumentalizzata dalle religioni, prometteva. “Ciò che è” è stato dato per scontato in favore di “ciò che potrebbe essere”, così l’esistenza ha perso valore, si è ripiegata sotto l’influenza di postulati indimostrabili, condannando di conseguenza gli esseri umani a vivere in funzione di idee pure delle quali mai avrà certezza.

L’uomo deve imparare a liberarsi dal rapporto di dipendenza con Dio per guarire la sofferenza dello spirito, deve osservare il tramonto di un percorso filosofico che non ha dato i frutti sperati, del quale ha deliberatamente rifiutato gli spunti più pericolosi, perché l’uomo ha ancora paura di rimanere senza un’entità perfetta su cui appoggiarsi nel momento della debolezza, ma sarà costretto a vivere quella notte in cui il materialismo prima e il positivismo dopo hanno distrutto intellettualmente ciò che rimaneva della metafisica e vedrà l’alba sorgere un mondo nuovo abitato da una società che dei concetti metafisici potrà fare a meno.

Attualmente il sole non è sorto, come dimostra l’importanza attribuita convenzionalmente alle idee di anima e divino e il peso che hanno sulla nostra coscienza, ma i primi raggi si sono intravisti con la diffusione delle idee di Nietzsche, il quale si propone di scardinare la cultura su cui è impostata la civiltà (con particolare riferimento a quella occidentale), perché si possa dar vita ad un insieme di individui liberi da condizionamenti. Evadere dalla prigione in cui la metafisica ha rinchiuso l’uomo è considerato da Nietzsche un passaggio traumatico e tale rimane ancora oggi. Alle condizioni attuali l’umanità non riesce a concepire la possibilità di rinunciare alle sue fondamenta spirituali, a quelle realtà che consolano lo spirito non appena il pensiero del dolore o della morte lo sfiorano ma che sono, come già dimostrato da Kant, delle menzogne. È paragonabile a immaginare che di colpo crolli il sistema elettrico mondiale e che sia impossibile ricostruirlo, le possibilità sono due: disperarsi o ingegnarsi per trovare nuovi metodi di comunicazione. La seconda è evidentemente preferibile alla prima, ma la società dei nostri giorni può sperare di ricavare dalla decostruzione della filosofia passata la creazione di un nuovo metodo di pensiero, scevro da inganni metafisici? Al momento possiamo solo dire che secondo Nietzsche questa è la strada da intraprendere per imparare a vivere in maniera appagante la propria vita, in fondo, si domanda il filosofo, perché mai l’uomo dovrebbe rincorrere una realtà con la quale non verrà mai a contatto, piuttosto che arricchire il proprio percorso di vita tramite ciò con cui può davvero interagire, ovvero i fenomeni? Nietzsche riconosce alla base della morte dello spirito il solo, ma costante, pensare a Dio, all’aldilà, che distrae l’uomo dalla vita che si svolge nel presente.

Non è neanche necessario credere davvero nella possibilità, ipotizzata dal filosofo, dell’eterno ritorno, è sufficiente immergersi nella prospettiva che la nostra vita sia destinata a ripetersi tale e quale di volta in volta, allora forse daremmo più importanza agli istanti irripetibili che compongono la nostra esistenza e a riempirli di quanti più eventi gioiosi.

L’oltreuomo è il fanciullo che nasce all’alba di questa rivoluzione e che non solo non teme la morte, ma riesce a vivere senza che il pensiero di un mondo al di sopra del suo possa influenzarlo in alcun modo, visto che il suo unico desiderio è di vivere. L’oltreuomo ama la vita e ne desidera sempre di più, non ha il tempo di chiedersi se le esperienze che compie mostrino a lui una realtà vera o fittizia, non c’è spazio per il dubbio quando si ha la consapevolezza che se una realtà intrinseca esiste, essa si palesa solo dove l’uomo non esiste, se c’è il noumeno non c’è l’uomo, per cui non ha senso preoccuparsene.

Quella di Nietzsche è una filosofia che uccide la filosofia. Il timore è che si tratti di un’immagine utopistica, poiché è vero che liberarsi della metafisica allieverebbe le sofferenze dell’essere umano, ma potrebbe essere altrettanto vera l’ipotesi kantiana che esiste una ragione in senso stretto che tende a spingersi oltre i limiti e che sia una componente del pensiero senza la quale il concetto di “umano” non esisterebbe neanche.

L’uomo potrebbe tranquillamente essere condannato a desiderare l’ineffabile infinito. Ma queste domande sono il motivo per cui la questione è ancora aperta e forse non troverà mai la parola fine.

di Francesca Montanaro

Diplomata in scienze applicate al Liceo G. Moscati di Grottaglie. Oltre la fisica e l'astronomia, coltivo una passione per la lettura e la scrittura, animata dall'interesse per il sociale.

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