Dom. Lug 21st, 2024

Il Dio del pallone e il riscatto dei popoli

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Quando si pensa a Diego Armando Maradona non si pensa solo al calciatore più forte di sempre nel suo ruolo, ma si pensa ad una delle figure più influenti della fine del ventesimo secolo: capopopolo, rivoluzionario, sbandato, magico, l’uomo capace delle cadute più clamorose e delle risalite più ardite. Più un simbolo che un uomo a dire il vero, sempre dalla parte dei più deboli e degli svantaggiati della società. Pieno di ombre, come in fondo siamo tutti noi, passionale come pochi di noi sanno essere nell’affrontare la guerra quotidiana della vita.

Questo è stato per il popolo argentino Diego, come lo è stato per quello napoletano e, allargandosi, per tutto il meridione d’Italia: l’incarnazione della possibilità tramite un miracolo di uscire dalla propria condizione di minorità e di imporsi sulle grandi potenze – politiche e calcistiche – che da sempre calpestano ed opprimono le possibilità di crescita e sviluppo di chi vorrebbe qualcosa di più per la sua gente. Tutto ancora molto tristemente attuale, andatelo a chiedere ai palestinesi di Gaza oggi, ad esempio.

El Pibe era nato baciato da un talento divino che era visibile a tutti sin dalla tenera età, ma il talento da solo non può bastare: è stato il suo carisma eccezionale in campo e fuori a permettergli di far identificare le masse in lui, come quello di un Ernesto Che Guevara o di un Martin Luther King, votato al gioco della palla che rotola. Lui lo sapeva, e non si è mai tirato indietro dalla lotta come solo un vero leader sa fare. Un difensore chiamato il Macellaio, era un altro calcio, gli spezzò la gamba in Spagna eppure riuscì a tornare più forte di prima. Quale destinazione migliore per rinascere e compiere il proprio fato per un argentino purosangue, se non la calda e passionale Napoli?

E così la mano de Dios, come vendetta per le Falkland contro gli inglesi, conquista il Mondiale del 1986, il primo storico scudetto partenopeo e poi un altro ancora. Sarà poi la volta della sua caduta, i problemi con la droga, il doping che infrange il sogno di un riscatto leggendario ad Usa ’94; l’obesità e un ennesimo insperato ritorno (con l’aiuto di Castro a Cuba) dopo essere stato ad un passo dalla morte. Una seconda giovinezza dopo i 40 anni, l’esperienza prevedibilmente fallimentare come allenatore, poi un lento scivolare nell’oblio di chi ormai ha dato tutto e lascia tutto in eredità alla nuova generazione degli Aguero e dei Messi, che sapranno dimostrarsi all’altezza.

Alla fine, la morte ha raggiunto davvero Maradona nel 2020, ingiusta e ancora oggi oscura, ma in fondo in linea con il personaggio: dopo di essa l’Argentina rivincerà il Mondiale e il Napoli lo scudetto, entrambi lo avevano fatto l’ultima volta con lui in campo. Un ultimo segno fatale che, forse, si trattava davvero di più di un uomo, o forse solo di uno di quegli uomini speciali che nascono molto raramente e che passano da qui per insegnarci che anche con tutte le proprie umane fragilità e debolezze è possibile lasciare il segno, essere a proprio modo un esempio. E non essere dimenticati, soprattutto.

di Francesco Merico

Scrivo di Filosofia, Storia, Arte, Politica, Sport, Attualità. Mi sta a cuore il futuro del mio Territorio, del Meridione e della nostra povera Patria.

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