Dom. Lug 21st, 2024
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“Ragazzi del Sud si raccontano” è una rubrica dedicata ai giovani meridionali che intendano raccontare di sé e della propria generazione. In questo articolo Simone Marsano, studente del DAMS e uno dei membri cardine del Cineclub universitario di Lecce, ci racconta la sua storia e il suo rapporto con il medium cinematografico.

Qual è stata la prima volta che il cinema è entrato nella tua vita?
“I ricordi che mi riaffiorano risalgono a quando ancora avevo a malapena tre anni. Con il ciuccio in bocca e con in mano il DVD degli Incredibili, camminavo verso mia madre con l’intento di chiederle di farmelo riguardare ancora e ancora. Accadeva anche con altri film, come Il re Leone e Hulk del 2003. Insomma, seppure ancora non possedessi la parola, desideravo vedere tanti film in continuazione.”

Il tuo legame con esso deriva da esperienze in famiglia? Oppure è accaduto tutto per caso?
“Diciamo che sono cresciuto in una famiglia molto legata all’arte. Mia madre dipinge quadri e costruisce anche piccoli presepi di tanto in tanto. Anche mio padre eseguiva dipinti, e in aggiunta suonava il pianoforte, anche se oggi si è fermato per procedere su impegni lavorativi che gli tolgono un po’ di tempo. Loro hanno sempre guardato film, ma diciamo che non è stato un interesse di tipo primario. Quindi potremmo dire che l’affermazione corretta sarebbe che nel mio caso è successo un po’ per caso. Dato anche dal fatto che mi è stato sempre lasciato molto tempo libero, io ne approfittavo per guardare film variegati, e spesso e volentieri anche impegnativi.”

Cosa pensi che uno studioso di cinema debba fare per definirsi “cineasta”?
“Molto banalmente, penso che per definirsi cineasta, o anche solo cinefilo, si dovrebbero visionare montagne di film, aiutandosi anche con letture analitiche di saggi e riviste. Sicuramente anche provare a scrivere recensioni o comunque confrontarsi con appassionati di film può risultare d’aiuto. Lo sottolineo poiché ci si potrebbe anche raffrontare con studiosi veri e propri del cinema, che corrisponde ad una nicchia specifica di cinefili. Vi è però una leggera distinzione. Gli appassionati sono coloro che spenderebbero ore e ore a parlare dei loro prodotti preferiti, analizzandoli per filo e per segno in tutti i loro aspetti tecnico-espressivi. Con gli studiosi invece vi è il rischio di miscelare lavoro e passione, che risulterebbero difficili da scindere.”

Cosa ti piace di più di un film o una serie? La trama? Le inquadrature?
“Io quando vedo un film o una serie tv per la prima volta, mi focalizzo molto sulle scelte di regia, il montaggio e su come le sequenze vengono collegate fra loro. Cerco anche di trovare spunti di immedesimazione rispetto ai personaggi e alle situazioni che si susseguono a schermo. Infine cerco di domandarmi come mai determinate scelte registiche e determinati simbolismi siano stati inseriti in certi punti, di ciò che sto vedendo. Mi chiedo: cosa voleva dire il regista? Come mai c’è questa cosa piuttosto che un’altra?
Sono tutti quesiti che tengono me davanti allo schermo con ferma curiosità. In parole povere, è il mio metodo di analisi che ho sviluppato da quando ho iniziato a studiare cinema qui all’università. Ci tengo a dirlo perché in passato, non avendo i mezzi a disposizione per scansionare il film, potevo solo confrontarmi con i miei amici riguardo ciò che vedevo, e non oltre.”

Desidereresti un giorno lavorare a pieno con il cinema? Se sì, quale ruolo vorresti intraprendere?
“Certamente. E ciò è già possibile grazie alle collaborazioni con i vari festival che l’università organizza nel territorio. Io in primis ho già rivestito il ruolo di giurato nelle giurie studentesche, come volontario ed anche come membro di squadre di comunicazione e logistica. Se dovessi invece improntarmi al 100% nel mondo del cinema, un domani mi piacerebbe entrare nel mondo della produzione, che al contrario di come si pensa di solito, è una parte integrale e fondamentale per la creazione di un prodotto audiovisivo.”

Ti piacerebbe insegnare cinema nelle università?
“Sì, e mi sono chiesto numerose volte se volessi intraprendere questo cammino come professore di cinema di animazione. Tuttavia, mi sono anche chiesto se al tempo stesso mi piacerebbe nelle università illustrare il mio personale punto di vista. Sicuramente sarebbe una scelta impegnativa. Dunque non credo che al momento questo discorso non rientri nelle mie priorità, anche se non escludo che potrei cambiare idea in futuro. Ammetto anche che potrei comunque parlare di cinema scrivendo recensioni e pubblicando articoli assieme ad altri editori insomma.”

Cosa ne pensi del cinema moderno? Gli autori e il pubblico dei giorni nostri sono secondo te competenti?
“Penso che si sia un po’ perso il sentimento di unione. Per esempio, durante la Nouvelle Vague, si andava quasi ogni giorno al cinema per vedere film. Oggigiorno invece non solo ci si organizza una settimana prima, ma tendono anche a distrarsi quando sono lì nelle sale. Si potrebbe pensare che da un lato siano cambiati i tempi e con essi gli interessi del pubblico. Ciò nonostante è anche vero che i prodotti italiani che si producono ultimamente, salvo rare casistiche, sono effettivamente scadenti e poco interessanti. Qualche barlume come “C’è ancora domani” della Cortellesi è l’eccezione che conferma la regola. Il punto focale però è che ormai non vi è più una formazione filmica, aiutata dal fatto che vi sono le piattaforme streaming che spingono la gente a restare comodamente sui propri divani. Pertanto, credo che servirebbero delle metodologie per spronare il pubblico a tornare in sala, esattamente come successe in piccola parte dopo il periodo del Covid.”

Secondo te, il cinema storicamente ha avuto una dignità? E se sì, in quale circostanza è stata più preponderate? Esprimi anche il tuo periodo storico preferito se può aiutare.
“Per quanto mi riguarda ha sempre avuto una sua dignità. Il cinema è sempre stata un’arte che si è fatta rispettare poiché era un medium perennemente fresco e che possedeva tanto da raccontare, catturando immagini in movimento che avevano il potere di rappresentare qualsiasi cosa. Da quando si posizionava la camera fissa, con i fratelli Lumiere, al cinema delle attrazioni, alla nascita del cinema hollywoodiano classico con “Nascita di una Nazione” e così via. Personalmente, mi affascina molto il periodo della Nouvelle Vague, dove questa ondata di registi che volevano proporre nuove visioni del cinema attraverso innovazioni di montaggio, sperimentazioni dei mezzi, nuove inquadrature e nuovi soggetti. Insomma una ventata di aria fresca rispetto alle imposizioni e alle regole del cinema precedente. Perciò sia dal punto di vista storico che da quello analitico, quel periodo è il mio preferito in assoluto.”

Se potessi reincarnarti in uno storico cineasta, chi sarebbe? E perché?
“Questa domanda mi prende un po’ alla sprovvista perché mi tocca fare un passo indietro rispetto alla mia visione analitica. Se dovessi realizzare qualcosa probabilmente sceglierei di essere Méliès. Essere il padre del cinema delle attrazioni, in quel particolare periodo storico, con tutti i suoi prodotti fantasiosi, a mio dire sarebbe davvero intrigante e coinvolgente. Per non parlare poi di come adorerei interfacciarmi con i suoi contemporanei. Insomma un’esperienza interessante.”  

Il tuo genere di film e serie tv preferito rispecchia te stesso a tuo parere?
“Direi proprio di sì. Mi affascinano i film che trattano l’introspezione personale e la sfera interiore. Per esempio, uno dei miei film preferiti è Birdman di Iñarritu, che mi ha fatto cambiare prospettiva su diversi ambiti. Amo anche i film che parlano di arte a tutto tondo, essendo appassionato di dipinti, sculture, fumetti e tanto altro. Pertanto la risposta è sì, i film che guardo rispecchiano me stesso.”

Raccontaci un po’ del tuo legame con il Cineclub Universitario? Per te cosa vuol dire farne parte? Ti trovi a tuo agio in questo gruppo?
“È nato tutto per caso. Tutto è partito quando mi sono iscritto all’università ed ero un po’ disorientato. Non sapevo dove porre i miei interessi e la mia attenzione. Mi sono in seguito informato sull’esistenza di associazioni e gruppi che parlassero di cinema. Feci, infatti, la scoperta del Cineclub universitario, che esisteva a Lecce già da diverso tempo, e mi avvicinai quasi per gioco. Tempo dopo, assieme agli altri membri, decidemmo di ufficializzarla e costituirla come ente culturale. Mi ci trovo davvero in armonia, sia con l’ambiente che con gli altri ragazzi. Ci proponiamo per rassegne, bandi, festival e tanto altro. È molto importante che esista questo piccolo spicchio di mondo, perché altrimenti chi parlerebbe di cinema? Certo se ne parlerebbe comunque, ma il fatto che esista una comunità, un gruppo sociale, che mantiene vivo l’interesse e la discussione per tale ambito culturale è un fattore molto importante per noi e per il territorio.“

Conosciamo la tua passione per l’Oriente e soprattutto l’animazione. Questo amore come si è sviluppato nel tempo? Quali titoli ti hanno appassionato?
“Sono sempre stato vicino all’animazione. Uno dei film che appunto vedevo assiduamente era Gli Incredibili. Ma con esso anche film come Il gigante di ferro, La strada per El Dorado o il Re Leone. Tutti questi film hanno contribuito a creare il mio immaginario culturale che mi ha slanciato sulla scelta del mio percorso. Mi interessa qualsiasi forma di animazione: tradizionale, sperimentale, i classici Disney, CGI, motion capture; insomma qualsiasi forma di animazione suscita il mio interesse. A proposito di Disney infatti, io credo che chi cresca con film d’animazione di quel tipo, sia poi in futuro più propenso a sviluppare una moralità che gli tornerà molto utile da adulto. Li reputo molto importanti come le lezioni di vita per un bambino.”

Secondo te, il cinema può aiutare le persone a scoprire sé stessi?
“Assolutamente. Il cinema non è altro che uno specchio dell’interiorità di una persona. Sia di chi lo produce sia di chi ne fa uso come pubblico. Un film è il riflesso delle intenzioni di un regista e di un interesse da parte pubblico. Può certamente aiutare tantissime persone sulla scoperta di ciò che si ama e ciò che si odia della vita. Per esempio, non necessariamente bisogna impegnarsi quando si guarda un film. Difatti ci si può tranquillamente godere un lungometraggio esilarante e infantile, in famiglia, senza alcun impegno e divertirsi comunque. Per scoprire come il cinema unisce e appacifica gli animi, anche più discordanti fra loro, basta godersi il momento, magari anche in ottima compagnia. Un film è una finestra che lascia qualcosa allo spettatore, sempre. Salvo che si tratti di un prodotto irrilevante, intenzionalmente creato per non dare nulla; quasi impossibile. Per come la penso io, lo spettatore esce sempre da una sala o comunque da una qualunque visione, arricchito in qualche modo.”

Vuoi aggiungere qualcos’altro?
“Vorrei ovviamente ringraziarti, Mattia, per l’intervista, e ringrazio anche Metasud per l’opportunità. Desidererei aggiungere questo: volete parlare di cinema? Fatelo. Volete parlare di un vostro interesse, qualsiasi cosa? Fatelo. Bisogna continuare a parlare di cinema, anche con chi non è interessato, poiché magari potreste dare vita ad una passione futura di qualcuno. Lo dico perché in Italia si sta arrivando ad un punto in cui la situazione filmografica mi lascia davvero interdetto. C’è bisogno di andare in sala, si necessita coesione da parte degli spettatori e di maggiore interesse verso questa arte. Anche se non sapete i tecnicismi, anche se non sapete come esprimere a nudo le vostre considerazioni, provateci comunque. Noi abbiamo bisogno del cinema e lui ha bisogno di voi.”

di Mattia Carlucci

Sono uno studente del DAMS di Lecce e ho la grande passione per le civiltà antiche. Scrivo articoli per Metasud su diverse storie mitologiche, aneddoti storici ed interviste a giovani ragazzi del Sud. Gestisco anche un canale Youtube chiamato "La Landa del Sole" dove parlo di giochi di ruolo e mondi fantasy. Credo fermamente nel progetto editoriale e spero che il mio amore per la scrittura sia un valido alleato alla causa.

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