«Il football è popolare perché la stupidità è popolare», dichiarava Jorge Luis Borges in un’intervista a El Gráfico nel 1971, riflettendo un sentimento che ha attraversato larga parte dell’intellettualità del Novecento. Borges era uno dei più grandi scrittori del secolo, ma non era certo un uomo di sport; e quella frase, diventata negli anni una sorta di motto dello snobismo letterario verso l’atletismo, rivela forse più i limiti del giudice che dell’oggetto giudicato. Tuttavia, proprio da questa sua superficialità nasce una domanda cruciale: perché nella cultura occidentale corpo e mente sono stati così spesso pensati come dimensioni separate? Perché allo sguardo dell’intellettuale lo sport appare talvolta come un teatro di massa dominato dall’impeto e dalla competizione cieca?
Borges non era il solo. Da Senofane a parte del pensiero contemporaneo, l’idea che la forza fisica possa oscurare il valore della saggezza ha creato una frattura che continua a condizionare il nostro immaginario. Eppure, la storia, quando la si osserva con un minimo di profondità, suggerisce uno scenario diverso. Le radici dello sport affondano nelle civiltà mesopotamiche ed egizie, dove la pratica fisica non aveva finalità ludiche né competitività universale, ma funzioni rituali, politico-religiose e di legittimazione del potere. Le cacce cerimoniali dei sovrani, le regate sul Nilo o le danze acrobatiche femminili nei culti egizi si allontanavano molto dalle “gare” e si avvicinavano più alle rappresentazioni pubbliche di ordine cosmico. Ben prima dell’arrivo della filosofia, il gesto atletico era già un fenomeno consolidato su cui si proiettavano ruoli e gerarchie.
È per questo che, nelle righe che seguono – e in quelle che verranno nei prossimi articoli – proviamo a rimettere ordine in questa storia lunga e stratificata. Capire se la distanza tra sport e pensiero sia davvero originaria, oppure frutto di una lettura successiva; e soprattutto verificare se, al momento in cui tutto comincia, filosofia e pratica atletica non fossero piuttosto due forme nascenti della stessa esigenza umana.
LA RADICE STORICA DEL RAPPORTO TRA FILOSOFIA E SPORT – Quando si accosta filosofia e sport, il rischio più comune è quello di rovesciare la cronologia: immaginare che la riflessione teorica abbia inaugurato la pratica, quando in realtà lo sport – o almeno ciò che possiamo riconoscere come suo antecedente – è di gran lunga più antico del pensiero speculativo. Le prime forme di attività fisica strutturata compaiono infatti – come anticipato qualche riga più sopra – nelle grandi civiltà fluviali del III e II millennio a.C., dove la funzione dell’esercizio corporeo era eminentemente rituale e profondamente inserita nei meccanismi di legittimazione del potere.
In Mesopotamia, le scene scolpite sui sigilli cilindrici mostrano cacce cerimoniali, prove di forza e gesti codificati che non avevano nulla dell’agonismo greco. Al posto del confronto tra pari c’era la rappresentazione pubblica del vigore sovrano, che era garanzia visibile della sua capacità di mantenere l’ordine cosmico. La prestazione fisica confermava un destino: l’autorità del re era data, e il corpo serviva a mostrarla.
In Egitto la logica è analoga, se non più elaborata. Nella Festa di Heb-Sed – la più significativa cerimonia di rigenerazione del potere – il faraone doveva correre, tirare con l’arco, mostrare agilità e resistenza. Tutto per dimostrare di essere ancora degno del mandato divino. Le raffigurazioni mostrano anche danze acrobatiche femminili e giochi di equilibrio legati ai culti religiosi, ulteriore indizio di come l’attività fisica appartenesse alla sfera della sacralità e dello spettacolo rituale.
In entrambe le culture, insomma, lo sport ante litteram è verticale e gerarchico; l’idea di merito non è affatto contemplata.
Quando la filosofia nasce in Grecia, tra VII e VI secolo a.C., incontra dunque un’eredità millenaria. Ma incontra anche una serie di domande rimaste senza risposta: perché l’uomo accetta la fatica? perché vuole confrontarsi? che cosa cerca, esattamente, nel gesto atletico?
Tra età arcaica ed età classica lo sport si trasforma radicalmente. In Grecia l’attività fisica diventa competizione regolamentata (agòn), con arbitri (gli Hellanodikai), parità di condizioni, criteri procedurali condivisi e un rigido sistema etico. La Tregua Sacra (Ekecheiria), istituita secondo la tradizione da Ifito, Licurgo e Clistene, sospendeva il polemos per consentire la partecipazione ai Giochi: segno che l’agonismo era percepito come un bene pubblico superiore al conflitto armato. Qui lo sport passa dall’essere rituale di legittimazione a meccanismo di verifica del valore: l’areté (la virtù) deve essere conquistata con disciplina e allenamento.
Da ultimo, vale la pena richiamare un punto importante sull’origine di questi due fenomeni. Sia filosofia che sport nascono da una condizione di incertezza e tendono alla ricerca della verità. Entrambe emergono come tentativi di dare forma a ciò che non è ancora ordinato. La filosofia cerca la verità attraverso il pensiero; lo sport cerca il valore autentico attraverso il merito e la misurazione oggettiva. L’atleta che vince lo fa in virtù di un processo trasparente e oggettivo che certifica chi è realmente il migliore in quelle specifiche condizioni. Questa verifica della verità costituisce la prossimità originaria tra l’agón e la speculazione filosofica. Entrambi sono tentativi umani di stabilire cosa sia l’areté e come esso si manifesti.
Per ulteriori approfondimenti sul tema:
– Lezione 1 – Dal mythos al logos: la nascita della filosofia
GLI ELEMENTI ESSENZIALI DELLA PRATICA SPORTIVA E DELLA FILOSOFIA – Se oggi guardiamo gli sport antichi come sistemi talvolta rudimentali, compiamo un fraintendimento. Quelle pratiche, che immaginiamo improvvisate o immerse in una spontaneità indistinta, avevano invece individuato una struttura sorprendentemente attuale. Parliamo di una vera grammatica dell’agonismo. Una grammatica fondata su elementi minimi: la volontarietà dell’atleta, l’accettazione di regole comuni, la parità della linea di partenza, la sorveglianza imparziale dei giudici e l’assegnazione equa del premio. La Grecia elevò questi criteri a una sorta di embrionale giustizia pubblica: gli Hellanodikai erano garanti incaricati di verificare l’allenamento, controllare la correttezza e impedire qualsiasi vantaggio indebito che potesse insinuarsi nelle pieghe dell’apparenza. Persino i dettagli più pratici – come evitare gare in orari che potessero favorire accidentalmente uno degli atleti – erano pensati per difendere la parità delle condizioni iniziali (ad esempio, gli incontri di pugilato si svolgevano sempre dopo mezzogiorno, per impedire che il riflesso acciecante dei raggi solari potesse abbagliare uno degli atleti).
In un quadro di queste fattezze, lo sport ci suggerisce forse la sua natura più intima: l’esclusione delle gerarchie pre-costituite e l’obbligo di mostrarsi senza mediazioni. L’areté non è un titolo gentilizio che precede la prova, perché si guadagna sul campo attraverso l’azione. L’atleta entra nello stadio con il proprio limite, e ne esce con il proprio valore.
Allo stesso modo, anche l’attività filosofica nasce da una grammatica simile: la volontarietà dell’indagine, l’accettazione di regole comuni dell’argomentare, la parità delle premesse da cui far partire il ragionamento, la sorveglianza imparziale della logica e l’assegnazione equa del “premio”, che è la verità raggiunta attraverso un percorso condiviso. Come l’atleta entra nello stadio con il proprio limite, il filosofo entra nel dialogo con le proprie ipotesi, sapendo che solo ciò che resiste alla prova potrà dirsi valido.
L’OGGETTIVITÀ DEI GIOCHI OLIMPICI E DEL PENSIERO – Veniamo all’applicazione pratica di questi due fenomeni, e alla loro longevità. Che cosa ha reso i Giochi Olimpici l’istituzione sportiva più longeva del mondo antico, capace di sopravvivere per oltre un millennio senza interruzioni? La risposta, sorprendentemente, è quasi amministrativa: l’oggettività del giudizio. Gli Elleni avevano intuito che la competizione vive nella fiducia e nella credibilità. Per questo costruirono un sistema rigorosissimo.
Da qui nasce quell’attenzione quasi maniacale ai dettagli. Perfino il clima doveva essere equo, come se la natura stessa fosse chiamata a rispettare una forma di isonomia. E da qui nasce anche la severità con cui veniva punito il baro, colpevole di incrinare il fragile patto di fiducia che sorreggeva l’ordine dei giochi. Emblematico, in questo senso, è il caso degli Zanes: statue di Zeus erette con i proventi delle multe inflitte ai bari, collocate lungo il passaggio obbligato verso lo stadio. Ogni atleta era costretto a sfilare davanti a quella fila di bronzi infamanti.
Se i Giochi Olimpici sono sopravvissuti per oltre un millennio grazie all’oggettività del giudizio, il pensiero filosofico ha attraversato più di due millenni per una ragione analoga: la sua sorprendente capacità di rendersi verificabile. Anche la filosofia, infatti, si regge su un principio di credibilità. Un argomento vale solo se può essere esposto alla luce del ragionamento comune, sottoposto alla stessa parità di condizioni logiche che, nello stadio, regola la parità della linea di partenza. È questo il motivo per cui le scuole, pur diversissime, hanno continuato a dialogare nel tempo; si condivide un terreno neutro che funziona come un sistema di giudici invisibili.
LO SPORT E LA FILOSOFIA COME PRODROMI DELLA DEMOCRAZIA GRECA – Che lo sport abbia anticipato la democrazia può sembrare un paradosso. E lo è, almeno in parte. Perché in quel mondo non partecipavano schiavi, donne, né stranieri; l’accesso era limitato e la comunità dei concorrenti restava una minoranza privilegiata. E tuttavia, come ha osservato Stephen Miller, dentro questa struttura antica si muove un parallelismo sottile: la pratica sportiva greca promuoveva una forma di isonomia (uguali regole per tutti) e una sorta di isegoria competitiva (pari possibilità di emergere attraverso la prova), due principi che la democrazia ateniese farà propri molti decenni dopo.
Naturalmente la realtà era più complessa. Quell’uguaglianza era procedurale e riguardava solo lo sport. E tuttavia, dentro i limiti della sua esclusività, lo sport riusciva a produrre un immaginario diverso dal resto della polis: esisteva un luogo in cui la condizione sociale evapora e rimane soltanto ciò che l’individuo sa fare sotto lo sguardo impersonale della regola. Gli Hellanodikai, con il loro controllo sull’allenamento e sulla correttezza, rappresentavano in questo senso una forma primitiva di magistratura civile.
E qui entra in gioco la filosofia. Perché anche il pensiero, come l’agone, vive solo se le sue regole sono condivise e trasparenti. Pari condizioni di partenza (le premesse), sorveglianza imparziale (la logica), giudizio ottenuto non dal prestigio di chi parla ma dalla forza dell’argomentare. Anch’essa, come lo sport, spezza l’arbitrio del rango: un’idea non vale perché pronunciata da un aristocratico, ma perché resiste alla confutazione. In questo parallelismo si forma lentamente una cultura della verifica, cioè il terreno stesso su cui germoglierà la democrazia.
E quando una civiltà impara che ciò che vale deve essere dimostrato allora ha già preparato la condizione mentale per dire che anche nel governo della città il giudizio deve essere equo e condiviso.
Per ulteriori approfondimenti sul tema:
– La democrazia nella Grecia Antica, tra luoghi comuni e realtà – Intervista al prof. Omar Coloru
CONCLUSIONE APERTA – Se c’è una lezione che questo itinerario ci consegna, è che sport e filosofia non appartengono a due mondi separati per natura. La genealogia lo smentisce. Nel ginnasio si educa il corpo e insieme l’intelletto; nello stadio si misura l’areté, nella dialettica si misura la verità. Nessuno dei due ambiti pretende ancora di dominare l’altro. Non esiste un dualismo, non esiste una contrapposizione. Entrambi sono modi di interrogare il limite umano, perché entrambi rispondono al medesimo impulso verso la chiarezza.
A produrre il distacco che noi oggi percepiamo è, probabilmente, una stratificazione culturale che vede sul banco degli imputati il cristianesimo e il pensiero cartesiano. A queste trasformazioni si aggiunge oggi la spettacolarizzazione dello sport, il suo legame con il nazionalismo e con l’identità di massa. Il filosofo, osservando questo paesaggio, vi trova conferma del proprio sospetto.
Resta aperto, dunque, l’interrogativo originario, a cui proveremo a rispondere nei prossimi articoli. Auspicabile sarebbe che sport e intellettualismo, liberati dai pregiudizi reciproci, tornassero a trovare una loro armonia all’interno dell’essere umano. Ritrovare oggi questa alleanza significherebbe restituire all’umano un equilibrio più pieno, capace di far prosperare sia la filosofia sia la pratica sportiva, come già accadde quando entrambe nacquero dalla stessa radice.

