Dom. Lug 21st, 2024

Perché la mitologia? I racconti e il senso del limite di uno spazzacamino

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Da oltre tre mesi su queste pagine ci occupiamo di analizzare e riproporre la mitologia e i suoi racconti. Lungi dall’essere un mero esercizio di stile, una sorta di goliardico sollazzo letterario, tale approfondimento s’incardina consapevolmente nel canovaccio della postmeridionalità e dell’egemonia della tecnica nei nostri tempi. Questa precisazione, probabilmente scontata per chi ci segue sin dall’inizio, diventa quasi un dovere categorico ora che l’impegnativo lavoro di Mattia Carlucci e Annachiara Borsci acquisisce dimensioni considerevoli e rilevanti.

Vediamo di esser brevi. L’ordito su cui si muovono i primi passi di Meta Sud è certamente lo scenario contemporaneo del Sud d’Italia. La tesi è questa: naufragato nell’era della tecnica e dell’omologazione, il Mezzogiorno risente in maniera profonda del crollo delle metanarrazioni (racconti che tentano di dare un senso alla storia), tanto da rischiare di superare se stesso e la sua stessa storia (postmeridionalità). Come fa? Banalmente prendendo in prestito la storia di qualcun altro (quella americana per esempio), scordando magari l’educazione alla finitezza e al limite che erano presenti nella propria; oppure appiattendosi sul presente e considerandolo come interludio tra un non-più e un non-ancora, dal momento che nella tecnica l’unico stato di benessere reale è quello dell’innovazione non ancora raggiunta; o ancora accettando l’entropia comunicativa dei social network e offuscando il passato con una serie di declinazioni dell’astratto presente.
Offuscamento della fine è perdita dei fini. La società meridionale con l’avvento della tecnica è stata derubata della sua escatologia: il fine ultimo, lineare dello scorrere del tempo viene divelto, straziato, fatto a brandelli. Suo surrogato oggi è la progettualità costante di matrice tecnica – emblema del superamento del presente e della cancellazione del passato obsoleto. Inoltre, la metamorfosi dell’ambiente e la sovraestensione della tecnica comportano il superamento delle categorie umanistiche mediterranee. Cosicché l’uomo, specie quello meridionale, introietta le categorie della tecnica e le fa proprie, dal sapere all’agire, e profonde un impegno progettuale sempre più tecnico e astorico. Un esempio concreto? L’utilità dei comportamenti – che è una delle categorie principali di un apparato tecnico – orienta anche le azioni che vengono compiute in comunità: una cosa si fa solo se serve, se ha un effetto d’utilità per il tuo attore. E tutta quella serie di comportamenti squisitamente meridionali come la passeggiata, la chiacchierata disinteressata, il pettegolezzo banale, il racconto storico orale, la cucina artigianale e il culto della superstizione vengono marginalizzate sino ad estinguersi.
Le conseguenze sono nefaste: l’uomo perde il senso del limite e s’illude di poter generare, trasformare e distruggere ogni cosa: senza un fine ultimo che s’imponga categorico, ognuno ha la possibilità di generarne uno proprio (entropia delle micronarrazioni). E così la società meridionale oggi ci appare come un grande formicaio in cui ogni formica, impazzita e disorientata a suo modo, s’approvvigiona per sé sola e scappa a ripararsi verso una destinazione scelta sul momento. L’immagine a volo d’uccello è quella di una catastrofica dispersione, in cui nemmeno l’embrione del formicaio sembra essere in grado di rimanere in vita.

IL RUOLO DELLA MITOLOGIA – Qui entra in gioco la nostra volontà d’intervenire. Cosa si fa se si perdono tutte le metanarrazioni e l’uomo è in preda ad un parossistico delirio d’onnipotenza? A nostro modo di vedere, si ritorna al punto d’origine per ripartire in maniera differente. Si compie una genealogia della narrazione (che è genealogia dell’ethos mediterraneo nel nostro caso), con il fine specifico di portare ad emersione – oggi che abbiamo un po’ tutti gli strumenti per capirli – i fini d’ogni racconto e d’ogni pedagogia narrativa. Trovare risposte, dunque, non solo alla domanda eidetica “che cos’è il mito?”, ma anche a quella performativa “a cosa serve il mito?”.

Oggi più che mai, entrambi gli interrogativi potrebbero essere salvifici se considerati come spunti adeguati a ricercarne le risposte. La tecnica non è affare dei nostri ultimi tempi, ma è connaturata all’esistenza dell’uomo. Anzi, volendo seguire una condivisibile linea di pensiero, la tecnica è condizione d’esistenza dell’uomo. Solo modificando tecnicamente l’ambiente per garantire una sua preservazione l’uomo riesce a vivere; dunque, l’uomo nasce e si sviluppa grazie all’insieme di trasformazioni tecniche che permettono di rendere l’ambiente in cui vive adeguato alle sue esigenze psicofisiche. Ma se da un lato la tecnica è cosa squisitamente umana, dall’altro è altrettanto tendente a giungere all’inumano. La tecnica è progetto di sé che sfida l’avversione di altre forse preesistenti che fungono da limite alla forza dell’uomo. Tecnica è superamento del limite, quindi superamento dell’umano e della sua intima, essenziale condizione di finitezza primitiva.

Gli antichi lo sapevano bene, e perciò hanno generato la mitologia e la religione. Entrambe sono metanarrazioni prescrittive dell’agire tecnico dell’uomo: esprimono i limiti di trasformazione che l’uomo ha sulla natura e sull’ambiente circostante, mettendo in guardia sulle terribili conseguenze che potrebbe generare il parossismo della potenza tecnica. I racconti della mitologia prima e della religione poi permettono di orientare in senso etico e morale l’agire tecnico dell’uomo, educandolo al rispetto del limite e impartendogli un’educazione alla misura (altro concetto fondamentale nel pensiero meridiano). Il mito e la religione sono quindi prescrizioni morali, storiche e politiche, e fungono da limite al potenziale delirio della tecnica (si veda l’emblematico racconto Prometeo incatenato). Scordandole, l’uomo scorda d’essere umano.
La morte del mito e il crollo della religione precipitano l’uomo in un baratro buio, oscuro e irrazionale (grande paradosso in una società che si vuole sempre più razionale!). Allora la pioggia di corollari: l’uomo non ha più senso del limite, non riesce più a discernere ciò che può modificare da ciò che deve accettare; ignora le ripercussioni etiche, umane e politiche delle proprie azioni; la pedagogia della metanarrazione lascia il proprio spazio all’entropia delle micronarrazioni; e l’uomo dannato finisce per divorare ogni cosa per colmare l’afflizione dovuta alla sua (momentanea) impotenza dinnanzi alle forze limitatrici dell’ambiente che abita.

IL SENSO DEL LIMITE E LA RICONQUISTA DELL’UMANITA’ – Queste le ragioni e gli scenari che portano agli approfondimenti sulla mitologia, a cui si auspica debbano seguirne altri sulle religioni. Lo smarrimento del mondo in un’epoca che in ogni ambito – dalla filosofia alla geopolitica – pare essere transitoria e decentrata, può trovare un suo argine (un limite, in altre parole) proprio in un rinnovato approccio alle narrazioni. Perché il metodo narrativo – Lyotard docet – rimane in ogni caso l’unico vettore del sapere, l’unico modo per poter conoscere, organizzare e decidere.
L’uomo è antropologicamente soggetto alle narrazioni, e tale soggezione, lungi dal rappresentare sempre un’oppressione, alcune volte costituisce un cordone di sicurezza morale che garantisce un certo senso di realtà. Uomo e narrazione mitologica coesistono come terra e mare: l’uno essenziale alla delimitazione dell’altra, intima condizione di un’esistenza che sussiste solo grazie al suo opposto. Quasi come in un’assurda tautologia, l’uomo non può esistere se non raccontandosi davanti ad un fuoco.

Volendo riassumere tutto in un’immagine, si potrebbe dire che la mitologia è il camino ostruito di una casa così piena di fumo che pare estranea al suo stesso inquilino. Le fiamme del fuoco mitologico, ora che il sole s’è oscurato per sempre, sono gli unici valori che permettono d’illuminare l’abitato, di orientarsi nei suoi anfratti e di riempirlo di un generoso tepore nei momenti più freddi e complicati. Ora, se s’accetta quest’immagine per buona, il nostro mestiere si riduce a quello d’un umilissimo spazzacamino. E se saremo stati in grado di disostruire quella canna fumaria, potremo contentarci d’aver reso un buon servizio al lettore. Ma questo è presto per dirlo, per ora lavoriamo di scovolo e di tronchetto.

di Domenico Birardi

Attivista politico e studente della Facoltà di Giurisprudenza a Taranto all'Università Aldo Moro.

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