Dom. Lug 21st, 2024

Giustino Fortunato, il meridionalismo nazionale

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“Rassegna di meridionalismi” è una rubrica del mercoledì sera che ha il fine di riannodare la storia del meridionalismo, dalle origini sino ad oggi. In questo articolo ci occupiamo di un’altra figura di riferimento del meridionalismo delle origini: Giustino Fortunato.

Giustino Fortunato, nato a Rionero in Vulture nel 1848, ebbe un approccio senza dubbio più realistico alla questione meridionale. Fu spesso accomunato ai pensatori positivisti e naturalisti per la peculiare attenzione per le condizioni geografiche e geologiche del meridione, ma la sua metodologia di analisi in verità rifugge dall’applicazione i metodi propri delle scienze naturali alle problematiche sociali.

Ebbe il merito di sfatare le grandi illusioni circa la fertilità del Mezzogiorno. Le sue numerose escursioni, compiute durante il «ventennale pellegrinaggio pedestre», gli permisero di avere una solida contezza della condizione idrologica e geologica di quella parte della Penisola. La causa di tale aridità era da ritrovare nelle condizioni estreme del suolo e alla sua «segregazione topografica». In una lettera a Guglielmo Ferrero del 1903, Fortunato afferma:

Vedere, nient’altro che vedere, la gran distesa di terre argillose, sterili, deserte, ovunque terribilmente malariche. Vedere, vedere! Il paesaggio parla. E non c’è eloquenza che valga la sua. Vedere il gran nodo montuoso degli Abruzzi, poverissimi […] il monotono altipiano argilloso del Molise […] l’arida infinita steppa del Tavoliere di Puglia; l’enorme fiosso dello stivale, la mia Basilicata, che è tutto uno spettacolo di desolazione; infine le Calabrie, uno sfasciume di detrito granitico.

Ma le condizioni di difficoltà non dovevano essere imputate solamente a fattori fisici, geologici; anche la storia di dominazioni e di subalternità ebbe un gran ruolo in questo. Il regime feudale duro a morire nel Mezzogiorno non aveva lasciato il proprio posto allo sviluppo agricolo e industriale della piccola proprietà, ma aveva mutato le proprie vesti diventando latifondo. Il coacervo di fenomeni descritti sopra influirono anche sullo sviluppo umano e morale del popolo meridionale. Fortunato osservava, con un

certo realismo, che tra i meridionali convivevano virtù civili proprie dei popoli che avevano vissuto nella miseria, come la sobrietà, e massimi vizi come la poca stima di sé. Non si ritrova, quindi, nel pensiero di Fortunato un metodo d’analisi propriamente positivista o naturalista, giacché egli non imputa esclusivamente alle condizioni geologiche l’arretratezza del Mezzogiorno, ma la ritrova in una molteplicità di concause che hanno la loro radice nel retaggio storico e sociale negativo.

Giustino Fortunato era un liberale afferente alla Destra storica. Sin dal suo ingresso in Parlamento, nel 1880, si fece promotore di un intervento pubblico a tutela delle classi più deboli. L’attenzione per le plebi meridionali, già propria del pensiero villariano, si incardinava armonicamente nelle strategie e nelle intenzioni della compagine conservatrice a cui apparteneva. È bene forse ricordarlo: il meridionalismo delle prime ora, che include i Villari, i Sonnino, i Franchetti, i Fortunato e i De Viti De Marco, era d’intima ispirazione liberale e conservatrice; si dovette attendere l’arrivo di Gaetano Salvemini e Antonio Gramsci per osservare la questione meridionale da una prospettiva differente.

Ciononostante, come affermato in riferimento a Pasquale Villari, la matrice liberale non escludeva assolutamente che lo Stato dovesse intervenire a tutela delle classi più povere. Fortunato percepiva chiaramente che l’intervento dovesse essere concentrato sulle infrastrutture: strade rotabili, l’acquedotto pugliese e la ferrovia ofantina.

Nel 1898, però, il suo pensiero visse uno spostamento verso il liberismo. Avvicinatosi alle posizioni antiprotezioniste di De Viti De Marco, Einaudi e Giretti – sostenute invero anche dallo stesso Salvemini –, sostenne che il Mezzogiorno subiva una pressione fiscale maggiore rispetto al Nord (chiaramente in termini percentuali). L’abbassamento dei tributi avrebbe quindi permesso la fioritura delle imprese agricole e un maggiore volume degli scambi. Importante è, a questo riguardo, il saggio La questione meridionale e la riforma tributaria, pubblicato nel 1904. Oltre all’importanza del processo unitario per l’Italia intera, l’iniziativa privata, che la famiglia dello stesso Fortunato praticava, si palesava ai suoi occhi come l’unico baluardo di salvezza per garantire una ripresa del meridione.

Nel 1909 venne nominato senatore e nel 1911 fu pubblicata in due volumi la raccolta dei suoi discorsi politici, Il Mezzogiorno e lo Stato italiano. Da questo momento la sua attività parlamentare diminuì, ma allo stesso tempo l’intensa attività di pubblicista gli permise di far acquisire maggiore risonanza alle sue analisi. Erano gli anni de La Voce di Prezzolini e de L’Unità. Il pensiero fortunatiano divenne un punto di riferimento per generazioni di meridionalisti successive: i Dorso, gli Isnardi, i Zanotti Bianco e i Rossi-Doria videro in lui un interlocutore privilegiato. Il suo pensiero è privo di qualunque rivendicazione localistica, ma approccia alla questione meridionale con uno sguardo unitario e nazionale. Essa non era un problema del Sud solamente, ma una questione per l’Italia intera. Grande sostenitore del Risorgimento, non scadde mai nell’illusione apologetica, ma individuò in un’ottica sempre realistica i limiti e gli elementi positivi dell’unità d’Italia. Lontano anni luce dal positivismo, il meridionalismo fortunatiano è la declinazione realistica di un problema sociale, politico ed economico che trova la sua cornice nel processo unitario.

di Domenico Birardi

Attivista politico e studente della Facoltà di Giurisprudenza a Taranto all'Università Aldo Moro.

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