All’interno della cultura contemporanea digitale si è affermata una pratica ormai ubiqua: la memificazione. Con questo termine si intende il processo per cui frammenti o gesti tratti da opere cinematografiche vengono estratti dal loro contesto originario e rilocati in situazioni nuove, spesso ironiche, talvolta patetiche, altre ancora paradossali. La scena smette di appartenere unicamente al film di provenienza e diventa unità comunicativa autonoma pronta ad essere ricombinata altre decine di volte.
In questo passaggio, però, qualcosa si trasforma, dato che la memificazione è anzitutto un’operazione di astrazione. Tra i casi più emblematici e culturalmente fertili, si può senz’altro indicare la celebre scena di Into the Wild, il film diretto da Sean Penn nel 2007 e tratto dal libro-inchiesta di Jon Krakauer. Il momento è quello struggente e sommesso in cui Ron Franz, l’anziano solitario che ha accolto Christopher McCandless (alias Alexander Supertramp) nella propria quotidianità, gli rivolge una proposta semplice e definitiva: «Sai, se volessi… io ti adotterei.» E Chris risponde con un sorriso lieve e insieme doloroso: «Ne parliamo quando torno.» Allora Ron, afflitto e rassegnato al tempo stesso, risponde con gli occhi pieni di lacrime: «Sì, possiamo fare così.»
Questa breve sequenza è diventata nel (breve) tempo una scena cult: citata, riutilizzata, frammentata e trasfigurata innumerevoli volte nell’immenso serbatoio dei meme.
Da questo spunto, le domande che ispirano questo articolo. Che cosa resta della struttura originaria quando una scena diventa meme? La memificazione è davvero un’esplosione di senso slegata da ogni vincolo? Oppure, pur nella sua apparente autonomia, il meme conserva un’eco strutturata legata implicitamente al contesto da cui proviene?
“SI’, POSSIAMO FARE COSI'”: LA NASCITA DI UNA SCENA CULT – Uscito nelle sale nel 2007, Into the Wild è un film diretto da Sean Penn e tratto dal libro omonimo di Jon Krakauer, a sua volta ispirato alla storia vera di Christopher McCandless. Dopo aver conseguito la laurea, McCandless sceglie di rompere ogni legame con la propria famiglia e con le strutture sociali che percepisce come ipocrite e svuotate di senso. Abbandona l’identità borghese, dona i propri risparmi in beneficenza, distrugge le carte di credito, e intraprende un lungo viaggio attraverso gli Stati Uniti, adottando lo pseudonimo di Alexander Supertramp. La sua meta ultima è l’Alaska, luogo mitico di purezza e isolamento, dove spera di ritrovare sé stesso, lontano da ogni artificio.
Il film segue questa traiettoria con uno sguardo lirico e disincantato, alternando flashback, diario interiore e momenti di grande contemplazione visiva. È un’opera che si muove lungo i confini di più generi, senza aderire pienamente a nessuno. È certamente un road movie, ma si distanzia dalla tradizione classica del genere: il viaggio qui è soprattutto cammino esistenziale, ricerca di senso e spoliazione anti-materialistica. In questo senso, Into the Wild si avvicina a un’idea di cinema spirituale e naturalista, in cui i paesaggi fanno da specchio dell’anima. Lo si potrebbe dunque collocare in una zona di confine tra il road movie esistenziale, il naturalismo poetico di matrice malickiana, e una forma di biopic introspettivo che rifiuta ogni linearità celebrativa.
È in questo contesto che si inserisce la scena di cui ci occupiamo. Dal punto di vista cinematografico, la scena è costruita con precisione quasi ascetica. Eppure, col passare del tempo ha cessato di appartenere solo al film. Ha cominciato a circolare nel linguaggio dei social. È diventata un meme. In particolare, la risposta di Ron ha assunto un valore nuovo: viene utilizzata come formula ironica, come risposta rassegnata e come simbolo dell’accettazione di un rifiuto gentile. La frase viene astratta dal suo contesto e rilocata in una moltitudine di situazioni, spesso banali, altre volte patetiche, in cui qualcuno declina una proposta affettiva o relazionale con distacco garbato.
È a partire da questa trasformazione semantica che la scena cessa di essere solo cinema e diventa oggetto culturale autonomo. La memificazione la rende un frammento performativo, una sorta di proverbio emotivo dei nostri tempi: una frase che dice molto più di quanto appare, proprio perché porta con sé in modo latente la memoria affettiva del film. In questo passaggio il frammento narrativo si separa dalla trama, si decontestualizza, pur continuando ad evocarne l’ombra originaria.
IL MEME COME FRAMMENTO PERFORMATIVO – È innegabile che il meme è divenuto una delle forme comunicative più pervasive e complesse del nostro tempo. Esso si è rapidamente trasformato in una forma di comunicazione sintetica e al contempo densissima. La sua efficacia risiede proprio nella rilocazione: da un lato, il frammento mantiene una carica narrativa originaria, che talvolta è nota solo a chi ne riconosce la provenienza; dall’altro, viene immerso in situazioni ordinarie, talvolta grottesche o ironiche, generando una frizione semantica davvero comunicativa. È in questo slittamento che il meme produce il proprio significato nuovo, spesso simile ad una forma di delirio organizzato.
Per questo, più che parlare del meme come anarchia assoluta, si può affermare che esso agisce come una capsula semiotica. Una struttura chiusa dotata di: una forma, cioè un’estetica ricorrente e riconoscibile; una funzione, ovvero la sua finalità comunicativa (satira, ironia, dissacrazione, critica, consolazione o identificazione); una circolazione, che segue logiche reticolari e comunitarie. Questa capsula, sebbene staccata dal corpo dell’opera originaria, non è mai del tutto autonoma. Il suo potere deriva almeno in parte da ciò che evoca. È questo che rende il meme un oggetto ambivalente e ambiguo.
Applicando questa chiave di lettura alla scena già analizzata di Into the Wild, essa produce un cortocircuito emotivo: chi conosce il film avverte il senso di perdita sotteso alla frase, anche se applicata a un contesto frivolo. Chi non lo conosce, ne coglie comunque la dimensione retorica del rinvio, quel gesto di differimento che nel linguaggio umano è già una forma di declino. E questo ci diverte e ci attira.
QUELLO CHE RIMANE DELLA STRUTTURA ORIGINARIA NEL MEME – Adesso è possibile tornare alla domanda iniziale con maggiore lucidità: che cosa accade alla struttura originaria di una scena quando essa viene assunta a meme? Il frammento si emancipa dalla narrazione che l’ha generato oppure ne conserva una traccia?
Il caso osservato ci mostra come la memificazione non equivalga a cancellazione. Al contrario, il meme nasce proprio dall’intensità del frammento da cui proviene: se quella frase funziona così bene, se può essere ripetuta, applicata, deformata, è perché porta con sé un carico affettivo, tragico che sopravvive anche nella riformulazione.
Il meme nella sua essenza più intima è una forma di frammentazione comunicativa che non annulla la totalità da cui deriva, piuttosto la condensa. Come una scheggia di una storia più grande, esso si stacca dalla struttura per vivere altrove, senza mai recidere del tutto il filo che lo unisce alla sua origine. Gode insomma di un doppio statuto, che gli permette di essere così libero. Il meme è sempre into the wild.
Per approfondimenti su questo tema, consigliamo due interviste condotte sul nostro canale:

