L’uomo è natura, la natura comprende l’uomo, un essere vivente in grado di trasformare la natura stessa e che porta con sé l’illusione di poterla dominare per soddisfare i propri bisogni, talvolta senza considerare le conseguenze della sua azione su di essa. La riflessione filosofica in relazione alla posizione dell’uomo nell’ambiente naturale ha offerto diverse prospettive e concezioni in relazione ai mutamenti storici e soprattutto tecnologici che hanno caratterizzato le diverse società.
Nel mondo greco antico la natura è concepita come entità regolatrice di cicli all’interno dei quali si inserisce anche la vita biologica dell’uomo, in un rapporto armonico e simbiotico. Qui la natura ha una doppia natura: è sia un locus amenus, sia un locus horridus.
L’ambiente per gli antichi greci viene concepito come amenus in quanto sinonimo di pace, meraviglia, serenità ma ciò è solo un lato delle due facce di un’unica medaglia. La natura può anche essere horrida, ovvero instabile, pericolosa e spietata.
Per l’uomo greco l’arché, il principio primo di tutte le cose è spesso individuato in un elemento naturale, come l’acqua, l’aria e il fuoco, per suggellare l’unione di natura e psiché, di corpo e anima-mente. All’interno di questo orizzonte i fenomeni naturali particolarmente distruttivi sono interpretati alla luce del mito in funzione teoretica, ovvero come segnali, avvertimenti e simboli delle divinità, in un mondo ancora pre-scientifico e sospinto dalla curiosità e dalla meraviglia.
A partire dalla filosofia di Socrate l’interesse svolta dalla natura alla dimensione razionale dell’uomo, prevale l’interesse etico e politico nella società greca. L’antropocentrismo eclissa lievemente l’interesse per i fenomeni naturali per concentrarsi sull’aspetto della polis, luogo in cui deve realizzarsi la democrazia ed essere orientato alla giustizia sociale.
Platone considera il mondo sensibile una copia imperfetta del mondo delle idee, un luogo oltre la natura, all’interno del quale è possibile contemplare la perfezione del bene, del bello e del giusto.
“Le piante esistono in vista degli animali e gli altri animali in vista dell’uomo…Se la natura non fa nulla di inutile né di imperfetto è necessario che essa abbia fatto tutte queste cose in vista dell’uomo”. (Politica 1256b 15ss.).
Il rapporto tra l’uomo e l’“attraverso” nella filosofia medievale è un tema che può essere affrontato da diverse angolazioni, tutte però riconducibili alla struttura fondamentale del pensiero medievale: una filosofia teologicamente orientata, che pensa l’uomo non come fine a sé stesso, ma come viator, come pellegrino, come essere che attraversa il mondo in cammino verso Dio.
Uno dei concetti chiave nella filosofia medievale è quello dell’“homo viator”: l’uomo è colui che attraversa il tempo e il mondo, non per restare, ma per giungere altrove, infatti la vita terrena è solo un transito, un mezzo, un ponte tra il peccato originale e la salvezza eterna. Questo attraversamento si carica di senso solo nella misura in cui è orientato verso un fine superiore: la visione beatifica di Dio.
Anche la realtà creata è, nel Medioevo, pensata come un “attraverso”, all’interno di questa visione il mondo non ha valore in sé, ma partecipa della verità divina. Come insegna Agostino, la bellezza delle creature non è che un riflesso dell’ordine eterno, un segno che deve essere letto per risalire a Dio. L’uomo, in questo senso, attraversa le cose del mondo come segni, e non come oggetti da possedere: “In interiore homine habitat veritas”, ovvero la verità non è fuori, ma all’interno, vi si giunge attraverso un cammino interiore che implica il distacco dalla contingenza.
L’azione morale, nella filosofia medievale, è sempre un gesto di orientamento che evita la perdita attraverso l’esercizio delle virtù, come la prudenza, la temperanza e la giustizia, ma fa lega anche sulle virtù di fede, speranza e carità. La speranza, in particolare, è la virtù che custodisce il senso dell’attraversamento: essa riguarda ciò che non si vede, ma che si rivela.
Nella filosofia medievale l’essere umano è creatura finita e la natura non è il fine, ma lo spazio del cammino. La conoscenza non è possesso, ma pellegrinaggio dell’anima.
È nella filosofia moderna che il rapporto uomo natura segna una svolta radicale rispetto alla visione organica e armonica che aveva caratterizzato il pensiero antico e medievale. Con l’avvento della modernità, a partire dal Rinascimento e soprattutto con la rivoluzione scientifica del Seicento, la natura non è più vista come una totalità vivente dotata di finalità intrinseca, ma diviene oggetto di studio, misurazione e dominio. Secondo la visione del fondatore del metodo scientifico-sperimentale, Galileo Galilei: la natura è il grande libro che si apre di fronte agli occhi dell’uomo ed è scritto con caratteri matematici, pertanto è la legge universale e necessaria che inquadra i fenomeni testimoniati dai sensi. Essa è un laboratorio da investigare, spesso da sfruttare nelle risorse che offre e il sapere non è pura contemplazione disinteressata, ma potere, la scienza è potenza.
Con Cartesio, si afferma una concezione radicalmente dualistica delle sostanze: res cogitans (la mente pensante) e res extensa (la materia estesa). La natura è ridotta a mera estensione quantitativa, priva di interiorità e finalità, quindi interamente manipolabile dalla ragione. L’uomo, unico essere dotato di pensiero, si pone invece fuori dalla natura, in posizione di controllo e dominio.
Questa visione inaugura un’antropologia prometeica: la natura è altro rispetto al soggetto pensante, si configura come strumento da piegare al volere dell’uomo. Nella visione moderna l’etica scompare dal rapporto con la natura, sostituita da un paradigma tecnico-scientifico, il quale inaugura la logica del dominio dell’uomo sulle risorse naturali, eludendo l’armonica convivenza tra essere pensanti e soggetto.
In netto contrasto con il dualismo cartesiano, Spinoza propone una visione monistica: Deus sive Natura. Dio e natura sono la stessa realtà, infinita e necessaria. L’uomo non è separato dalla natura, ma è un suo modo, pertanto la libertà umana non consiste nel dominio sulla natura, ma nella comprensione delle sue leggi, cioè nel vivere secondo natura.
Questa visione spinoziana recupera in parte l’armonia antica, ma sempre in chiave razionale e immanente: tutto accade secondo la necessità naturale, e il bene consiste nella capacità che l’intelletto posside nel comprendere la totalità.
Un altro contributo significativo e decisivo nella visione filosofica moderna è rappresentato da Kant, in cui il rapporto uomo-natura si complica. Il filosofo del limite e del giudizio, sostiene che da un lato l’uomo è legislatore della natura, nel senso che è attraverso le categorie dell’intelletto che possiamo conoscere i fenomeni naturali, ma allo stesso tempo riconosce anche un valore autonomo alla natura: nell’estetica del sublime, la natura si mostra come qualcosa di immensamente più potente dell’uomo, che però, attraverso la ragione, riesce a non esserne schiacciato.
In relazione a questa duplice visione, in campo morale Kant introduce un’idea proto-ecologica, ponendo l’accento sul rispetto per gli esseri viventi, sebbene non abbiano dignità morale, è comunque doveroso, perché riflette il rispetto per la nostra stessa umanità.
Per Hegel, la natura è un momento necessario del cammino dello Spirito verso la piena autocoscienza. Essa è l’esteriorizzazione dell’Idea, ma è priva di libertà: solo l’uomo, come Spirito, può riconoscersi come soggetto. La natura è quindi una realtà da superare attraverso la cultura, la storia e l’etica.
Il rapporto con la natura è dialettico: essa è il presupposto da cui l’uomo parte, ma anche il limite che deve essere superato per raggiungere la libertà.
Contro il razionalismo e il meccanicismo illuminista, il Romanticismo ottocentesco rivaluta la natura come organismo vivente, fonte di mistero, emozione e spiritualità, all’interno della quale l’uomo non è padrone, ma partecipe del ritmo cosmico.
Questo approccio segna un ritorno a una visione più organica e spirituale, ma in una forma nuova, in cui l’interiorità umana si riflette
In sintesi possiamo rintracciare nella filosofia moderna un’oscillazione tra due estremi: il dominio tecnico-razionale sulla natura e la ricerca di una nuova armonia con essa.
Il mondo prodotto dalle Rivoluzioni industriali e oggi accelerato nei suoi ritmi e nella sua essenza dalla rivoluzione digitale, ha bisogno di una ricostruzione di senso, che ripercorra l’esigenza di recuperare il rapporto con l’ambiente naturale.
Di fronte alla crisi ecologica e d energetica, queste riflessioni tornano centrali: la domanda non è più solo che cosa possiamo fare alla natura, ma che tipo di relazione vogliamo instaurare con essa. Ripercorrere la storia del pensiero ci aiuta a capire da dove nasce l’alienazione che oggi cerchiamo di superare e che rischia di diventare inesorabile.

